JOHN SURMAN
01/08/2012
Densissimo, suonato con la consueta privatizzazione musicale sorvegliato da idee moderne degne di una colonna sonora per un film di Terence Malik, l’inglese John Surman (sax) torna con un nuovo e splendido lavoro suggellato dalla coesione stilisti
ca tra strumenti acustici, elettronici, metafisici. La sua ‘solitudine’ musicale viene arricchita e sollecitata dalla varietà di strumenti da lui suonati (sax soprano, clarinetto alto, clarinetto contrabasso, sax baritono, sax tenore, sintetizzatori) uniti da un unico progetto modale alla ricerca di quelle armonie lunari che tanto hanno caratterizzato l’artista inglese. Il suo tipico lirismo si sposa alla perfezione con i suoni ancestrali neo folk di Glass Flower, le venature avanguardistiche di On Staddon Heigths e le garbate ballate dal sapore nordico
come Winter Elegy e Dark Reflections mettono in scena la relazione tra musica sperimentale, improvvisata, jazz del terzo millennio e le tradizioni celtiche tanto in voga negli anni sessanta: una bucolica atmosfera etnica da free festival inglese… con Evan Parker e i Soft Machine cerimonieri di un jazz astratto e inverosimile. Cresciuto nei circuiti off britannici, Surman è il capostipide di quella generazione cresciuta ascoltando John Coltrane e “In a Silent Way” di Miles Davis cercando di accorciare le note in un tessuto austero e intimo, custodi di quella matrice europea e scandinava (Jan Garbarek, Aril Andersen, Terje Rypdal) che ha segnato la musica degli ultimi quarantanni. Questi nuovi brani di neo jazz satinato sono la documentazione di un artista maturo alla scoperta di uno status mentale epico, armato di una creatività mai invadente e
fluttuante.
Giuseppe Maggioli













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