Il nome di Riccardo Onori, chitarrista pratese di grande esperienza, è legato principalmente alla quasi ventennale collaborazione con Jovanotti. Dal 2001 lo segue sia in studio che nei tour e alcuni dei grandi successi del cantautore romano sono da lui co-firmati. L’argomento è piuttosto scottante, dal momento che il nuovo disco di Jovanotti – Oh, Vita! – è appena uscito. Inoltre, giovedì 4 gennaio Onori sarà alle Officine Cantelmo di Lecce, per una masterclass sul suono e sulla sua progettazione e per festeggiare i cinquant’anni del funk con un concerto al fianco di Simona Bencini (vocalist dei Dirotta su Cuba), del pianista Michele Papadia, del batterista Mimmo Campanale e della cantante, polistrumentista e compositrice Carolina Bubbico.

Partirei dall’argomento più attuale: Jovanotti. È appena uscito il nuovo disco e a febbraio comincia il tour…

Sì, questa volta suoneremo per diversi giorni in una stessa città: una decina di giorni a Milano, una decina a Firenze, altrettanti a Roma e via dicendo. È una cosa diversa, interessante. La band, invece, rimane quella dello scorso tour, ma con l’aggiunta di una sezione di fiati.

Nelle ultime settimane si è molto discusso della produzione di Rick Rubin, che ha dato voce a pareri anche contrastanti…

Ma questo è un bene. È sempre una nota positiva quando un disco divide ed è capace di innescare un discorso.

Com’è stato lavorare con uno dei produttori più apprezzati al mondo?

Non nascondo di aver provato riverenza, almeno inizialmente. Credo sia naturale, quando ci si trova di fronte a una figura del genere. Per quanto mi riguarda ho fatto completamente affidamento su di lui. Poi subentra tutto l’aspetto umano: ti trovi a conoscere questa persona abbastanza particolare, molto riservata, mai volgare. Non è il classico tipo che ti mette subito a tuo agio; parla il necessario e quando ne ha bisogno, ma ha la virtù di chi sa ascoltare. Anzi, da questo punto di vista è una specie di guru: lui non lascia nulla al caso, ed è uno a cui piace centellinare le cose della sua vita. Anche nella musica, laddove ha tolto elementi piuttosto che aggiungerne.

E questo è uno dei tratti caratteristici del disco…

Certo. Secondo me, che questa cosa sia un bene o meno, rappresenta comunque un atto di coraggio. Lorenzo è sempre stato così. A lui piace lo scontro, piuttosto che l’incontro, ma sempre cercando di portare le persone con sé e di stupirle.

È un atto di coraggio, certo, soprattutto se pensiamo che il paradigma del pop di questi anni coincide con tutte queste produzioni interamente elettroniche, sempre più o meno danzabili…

Appunto. Ma ricordiamoci che lui è stato uno dei primi in Italia a racchiudere la forma canzone in un contesto danzabile. Almeno in un certo modo.

Quindi oggi può permettersi di fare l’esatto contrario…

Questo non è soltanto vero, è addirittura necessario. Cambiare la prospettiva nel momento in cui tutti guardano in un dato punto. È anche molto rischioso, bisogna lavorare bene e noi, infatti, ci siamo affidati a mani competenti. D’altro canto io sono anche consapevole che questo non è necessariamente un sintomo di garanzia assoluta. Mal che vada, ci rimarrà l’esperienza di aver lavorato con uno come Rick Rubin.

C’è un momento di questa ventennale collaborazione con Jovanotti a cui ti senti più legato?

Una cosa che ricordo sempre con entusiasmo risale al nostro secondo disco insieme, Buon sangue. Scrivere un brano come Mi fido di te, di cui sono co-autore, è un’esperienza che non dimenticherò. Soprattutto per il modo in cui Lorenzo ha capito, e ha portato me a capire, che tra le mani avevamo un brano forte. Ricordo che mi chiese di fare un giro armonico, che è poi quello che si ascolta nel brano finito; lui ci canticchiava sopra quando, tutto d’un tratto, si fermò di soprassalto, come se avesse avuto un’illuminazione: a partire da quel brano stava nascendo la visione dell’intero disco. Dinamiche simili si sono poi ripetute, negli anni, e questo è un aspetto di Lorenzo che mi fa impazzire.

Veniamo a noi. Mi parli brevemente della masterclass che terrai alle Officine Cantelmo di Lecce il prossimo 4 gennaio?

Sono molto felice di fare questa cosa: l’idea di una masterclass in cui spiego come avviene la ricerca del suono, quella che necessariamente deve condurre e appassionare ogni buon musicista. Pensare al suono della mia chitarra, e a come può evolvere, è una delle motivazioni per cui faccio con grande felicità questo lavoro. Si tratta proprio di progettare il suono, sul palco e fuori dal palco. Alle Cantelmo porterò con me tutta la mia attrezzatura e spiegherò, ad esempio, perché ho fatto delle scelte su determinati effetti, pedali o amplificatori e non altri. E farò ascoltare cosa, di insolito, si può fare con una chitarra elettrica.

Non a caso suoni spesso con pedaliere parecchio articolate, e negli ultimi anni ti sei divertito con quella che tu chiami “chitarra aumentata”. Ce ne parli?

Quello è un progetto di un ragazzo pratese, Tommaso Rosati, che un bel giorno mi ha proposto di cimentarmi con questo strumento. Uno strumento con il quale, grazie alle fotocellule e all’accelerometro in esso incorporati, si possono ottenere vari effetti in base al tipo di movimento o gesto che si compie. Che può essere un colpo, una certa rotazione, oppure l’atto di far oscillare il manico della chitarra. Tutto questo si aggiunge al movimento naturalmente associato all’atto del suonarla. Ecco perché parlo di “chitarra aumentata” e non, come forse sarebbe più giusto, di “chitarra preparata”. Perché è un po’ come essere dei supereroi (ride, ndr). Inoltre va detto che ultimamente la chitarra non se la passa molto bene…

Diciamo che non è più uno strumento privilegiato come lo era un tempo, specie dai più giovani…

Si tratta infatti di svecchiare lo strumento, di dare nuova vitalità e aprire a nuovi orizzonti. Però, d’altro canto, la recente esperienza con Rick Rubin mi ha portato a innamorarmi nuovamente della chitarra acustica. Quello davvero è uno strumento intramontabile, che non subisce gli effetti del tempo. Ma il discorso dei giovani che ad oggi preferiscono altro, francamente non mi spaventa: è alla musica e alle idee che bisogna affezionarsi, più che allo strumento in sé.

Torniamo a parlare di questa tua prossima visita a Lecce. In serata salirai sul palco insieme a Simona Bencini, Michele Papadia, Mimmo Campanale e Carolina Bubbico per “La Notte del Funk”. Dicci perché non dovremmo assolutamente mancare…

Beh, innanzitutto perché Simona Bencini è una cantante strepitosa. Lei è una che tiene benissimo il palco. Ed è sempre con lei che ho iniziato a suonare, ai tempi dei Dirotta su Cuba. Mi ha insegnato a perdermi nel suono, a farmi completamente trasportare da quello che avviene sul palco, quasi perdendo i sensi. Anche tutti gli altri ospiti sono musicisti di spessore, e davvero non vedo l’ora di suonare insieme a loro.

E a te, in quanto musicista e autore, cosa ha dato il Funk?

Tantissimo. Io adoro pensare alla chitarra come ad un incastro ritmico all’interno di un meccanismo più ampio. Quello che ci ha insegnato James Brown è fare in modo che ogni strumento faccia il suo per portare avanti un brano. È un lavoro di squadra, che non può avere senso senza questa appartenenza all’incastro tra, ad esempio, un giro di basso e un riff di chitarra.

Il che porta a fare un discorso felicemente anti-virtuosistico…

Io guardo alla musica come ad un servizio che svolgiamo, è questo l’aspetto che mi interessa. Se riusciamo a far ballare qualcuno grazie al groove dato da un particolare incastro ritmico, sento di aver vinto. Il funambolismo, invece, è sempre fine a se stesso. Tra queste due cose corre la differenza che c’è tra il fare l’amore e masturbarsi.

Salirai sul palco vestito ancora come un samurai? In passato hai detto che un travestimento del genere ti permette di fare cose che altrimenti non faresti…

Non abbiamo ancora deciso. Tutto l’aspetto scenico del nuovo live è praticamente ancora in fieri. In ogni caso l’idea di travestirsi dona ampi margini di libertà. Noi dobbiamo rappresentare qualcosa per le persone che vengono ad ascoltarci, no? L’obiettivo ultimo è renderle felici, distrarle dalle problematiche politiche, sociali, economiche. E se indossiamo i panni di un personaggio, tutto questo ci riesce decisamente meglio.

Davide Ingrosso