Dal 1 marzo è in distribuzione in Italia e all’estero nel circuito IRD e nei migliori store digitali “Cinema – Volume 1” del duo composto dai bassisti pugliesi Pierluigi Balducci e Vincenzo ‘Viz’ Maurogiovanni, prodotto dall’etichetta Dodicilune. La presentazione ufficiale si terrà venerdì 11 marzo (ore 21.30 – Teatro San Francesco) nell’ambito della rassegna Jazz in Andria. Domenica 3 aprile appuntamento al Ueffilo di Gioia del Colle con una introduzione a cura di Alceste Ayroldi. Il disco è un singolare omaggio di due bassisti elettrici e acustici al mondo del cinema. Il titolo stesso dell’album trae ispirazione dalle trilogie cinematografiche. I due hanno scelto per passione alcune colonne sonore cinematografiche, firmate da autorevoli compositori, come Piero Piccioni, Michel Colombier, Ennio Morricone, John Williams e tanti altri ancora, interpretandole con la visuale dell’improvvisazione, dell’interplay e del dialogo. Oltre a queste intramontabili composizioni, il disco ospita due brani originali firmati da Balducci e Maurogiovanni. Questa peculiare formazione nasce da una profonda e reciproca stima, umana e professionale, tra due ‘fratelli di basso’, musicisti prima che strumentisti. Ciò rende lieve, naturale, leggero, l’incontro tra due strumenti che solitamente non convivono nella stessa band.

Viz, dalla passione per il cinema e per le colonne sonore nasce questo disco a due “bassi”, dedicato ad alcuni grandi maestri del genere. Ci racconti la genesi del vostro incontro e del progetto?
Il nostro sodalizio artistico coincide con l’inizio di una sincera e solida amicizia, avvenuta qualche anno fa. Ci conoscevamo e stimavamo reciprocamente, e non appena si è presentata l’occasione abbiamo incrociato gli strumenti, e l’evento è servito a consolidare la stima reciproca che ci ha portati ad una collaborazione musicale duratura. Sono da sempre un grande appassionato di cinematografia italiana ed estera, e da tempo pensavo ad un documento che attestasse la mia passione per la musica da film, e che nel contempo mi permettesse di esprimere la mia naturale propensione all’improvvisazione e composizione. Pensando alle trilogie cinematografiche quali quelle “Del dollaro” o del “Padrino”, ho voluto proporre all’amico Pierluigi la stesura di un album, primo di un ipotetico trittico un’opera che testimoniasse tale passione. Ho incontrato pieno consenso in Pierluigi, persona tanto colta quanto appassionata di novità e piena di fermento creativo.

Pierluigi, nel disco sono presenti alcuni “temi” di Piero Piccioni, Michel Colombier, Ennio Morricone, John Williams e altri, e due vostre composizioni originali. Scegliere i film non credo sia stato semplice. Come siete arrivati ai brani?
Ed invece è stato semplice. Perché siamo partiti dalle emozioni trasmesseci dalle musiche. Diversi brani sono stati suggeriti da Viz, che tra noi due è il vero esperto di cinematografia. Ama così tanto il grande cinema, che i nostri lunghi viaggi in auto sono accompagnati da grandi film in dvd che il mio amico conosce a memoria e ama rivedere (o riascoltare se è alla guida) per cogliere ogni volta nuove sfumature e dettagli sfuggiti prima. È stato Vincenzo a proporre i temi di Colombier e Morricone, quelli di Piero Piccioni e Klimek. Io dal canto mio ho voluto a tutti i costi le note struggenti di Schindler’s list e il tema de I girasoli di Mancini, già da me proposto nel lavoro con Mirabassi e Di Modugno (Amori sospesi). La nostra è in tutto e per tutto una affinità elettiva, e ciò ha reso tutto così semplice e spontaneo.

Viz, Non poteva mancare anche il maestro Ennio Morricone. Durante la cerimonia del Golden Globe il regista Tarantino ha sottolineato che ”Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert”. Tu cosa ne pensi? Credi che il paragone possa reggere?
Credo che sia indiscussa la grandezza del Maestro, e credo anche che gli si sarebbe dovuto conferire l’Oscar già in tempi non sospetti per opere quali ” Tema di Ada”, tratto dal il film del 1976 “Novecento”, eletto tra i “100 film da salvare”, tra i tanti capolavori prodotti dal Maestro Morricone. In quanto ai paragoni credo che la musica da film sia nelle sue migliori espressioni un distillato di musica classica, spesso ispirata dal Romanticismo, dall’Impressionismo e dalla scuola russa. Credo che la sintesi e la creazione musicale operata da Morricone possa porlo tra i grandi geni della storia.

Pierluigi, quattro anni fa con “Blue From Heaven” hai avuto l’occasione di collaborare con due mostri sacri del jazz mondiale, John Taylor e Paul McCandless. Ci racconti questa esperienza?
Il lavoro uscì a fine 2012 per l’etichetta Dodicilune, con il nome “Blue from Heaven”. Era e resta un disco molto romantico nel senso etimologico del termine: musica che libera la fantasia e che fa immaginare mondi, cieli e sentieri lontani dalla dimensione del ‘qui ed ora’. Il tutto all’insegna dell’equilibrio da me amato tra la scrittura e l’improvvisazione. Metter su un quartetto con John Taylor e Paul McCandless e Michele Rabbia è stato, come è intuibile, motivo di orgoglio per me. Ma nello stesso tempo, facendo musica con due musicisti quali Paul e John, che nella mia formazione sono stati dei punti di riferimento, delle guide, dei maestri, la sensazione che ho avuto da subito è stata quella di un’incredibile naturalezza e facilità: era come riappropriarsi di una parte di me stesso. Colgo l’occasione per rivelare, che questo quartetto potrà in qualche modo sopravvivere, seppure solo in forma discografica, al destino che di recente ci ha strappato John. Nei prossimi mesi vedrà la luce infatti un intero lavoro dedicato a Bill Evans, registrato dal quartetto nell’ottobre del 2014 e a nome di tutti e quattro. In questi giorni ne sto curando il missaggio, ed è davvero commovente potersi dedicare a questo lavoro in cui la figura di Taylor si mostra in tutta la sua statura e rivela la sua infinita poesia, interpretando Evans.

Pierluigi, nel corso della tua lunga carriera hai collaborato con molti musicisti e per progetti molto differenti. Ti sei cimentato (con la voce di Serena Spedicato) anche nell’arrangiamento di un repertorio complicato come quello di Tom Waits. Cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?
L’esperienza bellissima, con Serena Spedicato, rappresentava una sfida molto difficile. Waits, di fatti, è un mostro sacro, e la sua pronuncia e la sua voce incredibile sono una cosa sola con i suoi brani. Scelsi allora di affrontare il repertorio cercando un’ottica ‘meridiana’ da cui guardarlo. E riascoltando il disco, penso che in gran parte dei brani Serena e tutto il gruppo siano stati bravissimi a dare dignità e autonomia a questa reinterpretazione ‘da sud’ di Tom Waits. Nell’immediato futuro intendo coltivare e dedicare amore ai tre gruppi nei quali sono coinvolto al momento: il duo con Viz, appunto, il trio degli Amori Sospesi con Nando Di Modugno e Gabriele Mirabassi, che è un’altra produzione Dodicilune, ed il trio Nuevo Tango Ensamble (sì, con la ‘a’, all’argentina), che fonde in una sua personale sintesi il ‘nuevo tango’ e il mondo del jazz. Credo di non potermi annoiare con tre gruppi così diversi e stimolanti.

Viz, qual è secondo te l’attuale situazione musicale in generale e del jazz in particolare in Puglia e in Italia?
La Puglia è una regione in costante ascesa, ormai un punto di riferimento nel jazz internazionale. I suoi talenti, non sempre valorizzati in passato, ora stanno riscuotendo un maggior consenso grazie alla creazione di spazi adeguati alla fruizione di un genere musicale che altro non è se non il punto di unione tra Vecchio e Nuovo Mondo, un tesoro inestimabile da preservare e diffondere. I media dovrebbero occuparsene maggiormente, per abituare il pubblico alla fruizione della cultura, che mediamente versa in un periodo non felicissimo. Diffondere la cultura oggi equivale a porsi in prima linea per essa, schierarsi a favore della diffusione del bello ed educare le future generazioni all’introspezione, ad un pensiero nuovo basato sul reciproco capirsi e venirsi incontro, ad una salutare e fisiologica integrazione etnico-culturale e nel contempo ad un mantenimento delle proprie tradizioni, bagaglio umano ed artistico. Il Jazz è l’esatta metafora di tale stretta di mano tra popoli.

Pierluigi, oltre che musicista sei anche docente e direttore artistico di rassegne e festival. L’insegnamento nelle scuole della musica e dell’arte è stato fortemente ridotto e i dati delle presenze a concerti e attività culturali sono sempre in sofferenza. Da dove bisognerebbe ripartire, secondo te, per formare il pubblico e sostenere la cultura in Italia?
Credo si debba ripartire dal basso, e cioè dalla riscoperta del ruolo sociale del musicista. A me piace l’idea che egli dedichi le sue energie per avvicinare un pubblico sempre più ampio alla grande musica, perché ciò significa diffondere cultura, ampliare la sensibilità, amplificare emozioni profonde, generare curiosità verso mondi e linguaggi e epoche diverse e anche lontane, e favorire così un’accettazione o comprensione problematica e tollerante della realtà e delle altre culture. La grande musica eleva chi la suona e chi la ascolta. Sono davvero felice quando al termine dei miei concerti o di quelli di altri musicisti, mi rendo conto che la musica è riuscita a trasmettere emozioni profonde ad un pubblico trasversale, ampio, composto anche da persone che si ritenevano distanti o addirittura ‘inadeguate’ al jazz. Questo pregiudizio crolla miracolosamente quando anche questo pubblico non composto da intenditori si ritrova a tu per tu con il musicista vero, che non è quello che se ne sta racchiuso nella sua torre d’avorio, ma colui che è animato dall’intensa voglia di toccare emotivamente il suo pubblico. Allora, una musica considerata difficile e per pochi diventa linguaggio universale di immediato impatto. Ecco, chi davvero ama il jazz e soprattutto chi mette al primo posto la valenza affettiva della Musica, deve dare tutto se stesso per avvicinare e conquistare alla grande musica un pubblico sempre più ampio. A patto di restare sinceramente, autenticamente, se stesso. Un’altra questione riguarda la direzione artistica dei festival . Mi pare assurdo che festival che recepiscono contributi pubblici alla loro programmazione, specie se degni di nota, poi pieghino la programmazione esclusivamente al mercato. È inaudito che io possa vedere nel cartellone di una rassegna jazzistica finanziata da soldi pubblici una star del pop, solo perché comunque attirerebbe più pubblico di un affermato esponente del jazz nazionale o internazionale. Né un festival finanziato con soldi pubblici può solo seguire la strategia dello sbigliettamento e del massimo profitto, e quindi riproporre solo una gamma ristrettissima di nomi, su cui “andare sul sicuro”. In questo senso, la figura di un direttore artistico competente e aperto al nuovo diventa determinante.