Radio Interference è il nuovo progetto discografico del chitarrista e cantante pugliese Vito Quaranta alias Forthyto. Nel disco – prodotto dall’etichetta Dodicilune e distribuito da Ird – il compositore è affiancato dal contrabbassista Giorgio Vendola e dal batterista Mimmo Campanale e da tre ospiti: il trombettista Luca Aquino, il fisarmonicista Antonello Salis e il suonatore di tabla Arup Kanti Das. Un lavoro di totale riscrittura di brani che hanno interferito nella sfera non solo musicale ma emozionale dell’artista.

Steve Lacy, Keith Jarrett, Duke Ellington, Pat Metheny, Johann Sebastian Bach, Led Zeppelin: cosa hanno in comune questi straordinari compositori e musicisti?
Quando ascolto musica l’elemento che ricerco e dal quale sono più coinvolto è l’idea che la stessa possa essere Universale. Intellegibile a profondità diverse e percepibile all’ascoltatore indipendentemente dal suo bagaglio culturale e conoscitivo. Questa credo sia la più grande scommessa dei compositori. Per questo motivo credo che questi musicisti indipendentemente dal periodo storico e dall’idea di poterli catalogare (generi) conservino questa sincerità e senso di abbandono verso strutture, forme e suoni inauditi tali da renderli sempre contemporanei. Il primo disco di jazz che ho avuto è stato di Duke Ellington con Jimmy Blanton, il grande contrabbassista della sua Orchestra negli anni ‘40, e avendo poco più di 10 anni non avevo assolutamente la conoscenza e la preparazione per avvicinarmi ad una musica così complessa in tutte le sue forme, – ritmiche, melodiche ed armoniche – ma l’intensità della musica da una parte e la mia vorace curiosità, – fattore imprescindibile –  magnetizzarono subito la mia attenzione che oggi a distanza di tanti anni continua ad essere sempre viva.

Radio Interferenze è un lavoro di totale riscrittura di brani (più o meno celebri). Come hai scelto le dodici canzoni che compongono l’album. Si tratta solo di una scelta musicale o anche sentimentale?
L’idea di omaggiare musicisti e composizioni a me molte care era da tempo un mio ambito progetto. Non doveva essere soltanto un doveroso e sincero tributo ma doveva, dal mio punto di vista, spostare un po’ più in là il concetto della composizione stessa donandole una nuova luce. Non è stato facile scegliere i brani che avrebbero composto l’opera ma alla fine ho dovuto soffermarmi su due elementi fondamentali, la possibilità di dire qualcosa di nuovo e che le stesse rappresentassero per me tappe importanti della mia attività e musicale che emozionale. Brani legati appunto a fatti e situazioni, dal mio primo concerto a quello che non ho mai visto, dal primo incontro con un grande della musica a quello che ti ha deluso, insomma brani legati all’ideale, alla passione, alla ricerca, in un’unica parola alla vita e a quello che rappresenta.

In alcuni brani hai sentito la necessità di affiancare un tuo testo originale alla musica. Come mai questa scelta?
Tutto è nato spontaneamente. In auto di solito non ascolto mai musica e spesso è uno dei momenti più intimi soprattutto quando si viaggia soli. Questi momenti introspettivi diventano un riflesso di tutto quello che è la nostra essenza, e così mi trovo a pensare a come si ci sente ad essere quell’uomo, quel musicista che ha composto un determinato brano, insomma una sorta di immedesimazione, che mi porta a condividere momenti così personali.  Il primo testo che ho scritto è stato Prism di K. Jarrett, è successo dopo che ho letto il libro di Ian Carr; rimasi molto colpito dal momento in cui Jarrett generò la composizione, in aereo, con una nuova compagna, insomma una nuova vita, una sorta di rinascita che ancora una volta ci spinge ad essere determinati in quello cha facciamo. Spinto dal risultato ottenuto da Prism mi sono ritrovato ad abbozzare il testo di Last Train Home di P. Metheny anche questo a sua volta estrapolato da un momento della vita di Metheny stesso. Legato ad un ricordo della sua infanzia e del treno che passava vicino casa sua mi ha lasciato pensare al fatto che per quanto viaggiamo e vediamo il mondo il legame con la terra natia è indissolubile e diventa rifugio di ideali profondi e sinceri come quelli che solo i bambini hanno. Più complesso ed elaborato è stato quello di How far can you fly? di L. Flores, il pianista scomparso drammaticamente e prematuramente ci ha lasciato delle vere perle. La melodia di questa sua composizione è sempre stata presente nella mia testa quasi in maniera ossessiva, ma non avevo mai pensato ad una sua rivisitazione fino a quando non vidi il film “Piano solo” tratto dal romanzo di Walter Veltroni “Il disco del Mondo” che unito alla lettura del libro “Angela, Angelo, Angelo mio, io non sapevo” di Francesca De Carolis ha espanso la conoscenza sulla complessa, fragile e tormentata personalità del pianista palermitano. Cenni mitologici e pensieri metafisici mi lasciano solo pensare a Luca come ad un’anima, di origine divina, che caduta sulla terra ed imprigionata nel corpo a causa di una colpa originaria ha come suo fine ultimo quello di ritornare alla patria celeste, suo luogo originario.

Esistono tantissime “cover” della conclusiva “You don’t know what love is”. Tu hai deciso di proporre una versione “a cappella” sfruttando solo le risonanze della chitarra acustica. Come nasce l’idea del brano?
Ti ringrazio per questa domanda. Credo che “You don’t know what love is” sia il momento più emblematico di tutto il lavoro. Adoro profondamente questo brano; la melodia, il suo movimento armonico, il suo testo ed avevo già pronta una versione completamente riarmonizzata. Poi un giorno il caso ha fatto la sua parte. Ero al piano mentre lo cantavo e nel mio studio le chitarre erano appese proprio su di esso, ho notato che certe note mandavano in risonanza la mia chitarra acustica Martin, così mi sono avvicinato alla buca dello strumento e ho continuato a cantare ricevendone un effetto molto estraniato e mistico molto in linea con il significato del brano, cosa amplificata successivamente dal fatto che ho accordato la chitarra in una maniera particolare dandomi la possibilità di avere una maggiore quantità di note empatiche ed ulteriormente enfatizzate dal lavoro svolto dalla loop-station in reverse, quasi una sensazione di catarsi appunto, una purificazione dell’anima dai mali interiori, anche perché è il brano di chiusura di “Forthyto Radio interference”. Un effetto unico, credo finora inaudito. Il lavoro per la preparazione del brano è stata molto accurata e complessa e ringrazio Tommy Cavaliere del Sorriso Studios per il supporto e la competenza.

Nel disco la tua formazione è completata da Giorgio Vendola e Mimmo Campanale. Gli ospiti sono invece Antonello Salis, Luca Aquino e Arup Kanti Das. Tre musicisti molto diversi che ben si intrecciano con i tuoi arrangiamenti. Ci racconti il vostro incontro?
Certamente. La persona che in un certo senso mi ha stimolato a iniziare e credere in questo lavoro è Antonello Salis. Con Antonello ci conosciamo da dai primi anni ’90 e abbiamo collaborato in diversi progetti. Gli feci ascoltare le demo di alcuni brani e lui fu subito entusiasta cosa che mi rese molto felice. Poi tutto è venuto di conseguenza, dovevo pensare ad una sezione ritmica e avevo già in mente Giorgio Vendola che già faceva parte di un altro mio progetto da circa 8 anni, mentre nel frattempo avevo preso assiduamente a suonare con Mimmo Campanale. Mimmo è la persona che conosco da più tempo in assoluto e ci eravamo sempre promessi di fare qualcosa insieme. Una volta che il lavoro era chiaro nella mia mente cominciavo a pensare quali potessero essere gli altri tasselli che avrebbero potuto enfatizzare la mia idea, la scelta è caduta su Luca Aquino che invitato a suonare con il suo trio al “Dal Canonico” mi disse di essere ben lieto di poter essere presente nel progetto. Per Arup Kanti Das tutto è avvenuto telefonicamente. Avevo sentito parlare di lui ma non ci eravamo mai incontrati. Indipendentemente da tutto, quello che mi interessava era mettere su un progetto di persone che aldilà delle loro indiscusse capacità musicali potessero aggiungere quel pathos, forza emotiva appunto che cerco sempre nella musica e nei musicisti.