MARIO DESIATI
01/02/2012
Mario Desiati classe 1977, è originario di Martina Franca, vive a Roma. Scrittore, giornalista, direttore editoriale della Fandango libri, con Ternitti, suo ultimo romanzo edito dalla Mondadori, è nella rosa dei finalisti al Premio Strega 2011. In questo libro Desiati mette in primo piano (in sette sezioni cronologicamente ordinate in trentasei anni di storia, dal 1975 al 2011), un tema di forte impegno civile: la drammatica parabola esistenziale di migliaia di emigranti pugliesi che, tra gli anni sessanta e settanta, andarono in Svizzera per lavorare nelle fabbriche di eternit, ignari delle terribili conseguenze che avrebbero subìto.
Ancora un romanzo che racconta la Puglia e rinnova l’amore per questa terra.
Ogni libro che scrivo, anche quando è un romanzo rabbioso come i primi, è dettato dall’amore per la gente o per la terra. Amo Martina e amo il Salento, non avrei mai scritto i miei libri senza questo sentimento.
Il titolo del libro in dialetto salentino è denso di significati. Ternitti diventa quasi un ossimoro: vuol dire amianto quindi morte, ma anche tetto o indistruttibile quindi un riparo sicuro che dura nel tempo. Ci racconti com’è nato questo titolo?
È una parola che mi ha sempre affascinato, il modo in cui la pronunciano i salentini che conosco oltre a quel prodigio che hanno tutte le parole dialettali che si rivestono di mille significati ulteriori, in questo caso eternit, fabbrica e tetto.
Le pagine del libro raccontano in maniera precisa, puntuale, rigorosa il mondo delle fabbriche svizzere e le terribili conseguenze dovute all’esposizione all’eternit. Con Ternitti dimostri di poter fare racconto, non rinunciando alla disciplina della ricerca.
Trovo che ricerca e racconto possano coesistere felicemente!
Qual è il tratto distintivo di Mimì, la protagonista del romanzo?
È coraggiosa, ma è anche piena di grazia. Affronta le situazioni più difficili con la gentilezza. Non invecchia mai, tutt’al più si esalta la sua dimensione ‘antica’.
La storia parte da una fabbrica mortifera, dal lavoro con le fibre d’asbesto, e si conclude con un riscatto grazie alla forza, alla concretezza e al coraggio di Mimì. In questo romanzo si racconta anche come cambia la vita di un intero nucleo familiare a causa della malattia, e si legge una netta differenza di fronte al dolore nella reazione tra uomini e donne.
Non ho pensato a tavolino come dovessero reagire uomini e donne. Alla fine del romanzo, in effetti, sono venute fuori così, donne accoglienti e coraggiose, uomini terrorizzati e rassegnati. Spesso sono i personaggi che chiamano le loro storie.
La scelta dello stile nella narrazione come nasce, da cosa è determinata?
Lo stile si autodetermina in base alle storie, ovviamente è un mio parere ed è quello che riguarda questo libro, forse solo questo…
Nella scelta di usare un linguaggio alto come hai conciliato l’uso del dialetto?
Perché il dialetto è un linguaggio alto, perché le parole in dialetto hanno potenze ed evocazioni simboliche.
Domanda forse un po’ retorica, ma d’obbligo. A 33 anni sei nella rosa dei candidati al Premio Strega. Come vivi questa esperienza?
Con molto spirito decoubertiano. Già essere nei dodici è bello.
Ultima domanda. Nel libro c’è un brano musicale di grande popolarità Che sarà. Sembra essere la colonna sonora perfetta per un racconto di emigrazione e speranza.
È la hit di tutte le feste dell’emigrante che ci sono in Puglia, come farne a meno?
Gabriella Morelli














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