GIOVANNI ZICCARDI
10/07/2012
Negli anni novanta, Alessandro Correnti era “Deus”, uno degli hacker più famosi e rispettati al mondo, per poi diventare un intransigente difensore delle libertà civili. Ora è un avvocato quarantenne che ha aperto un piccolo studio in centro a Milano. È single, guida una strana motocicletta australiana e conduce una vita piuttosto riservata. La quiete tanto agognata è però destinata a durare poco. Da qui parte “l’ultimo hacker” romanzo di Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica alla statale di Milano che ha di recente presentato al festival internazionale di giornalismo di Perugia la guida “Il giornalista Hacker”, scaricabile qui
I successi letterari degli ultimi anni ci presentano figure di hacker estreme, che vivono un po’ ai margini della società contemporanea, pur conoscendone molti segreti (o forse anche per questo). Che personaggio è Alessandro Correnti, il protagonista del suo romanzo?
Alessandro Correnti è un personaggio con due anime. Ha lottato per anni per diventare un bravo avvocato. Ispirato a nobili principi (legge le opere di Calamandrei), in un piccolo studio, accetta casi che lo appassionano e si interessa di diritti civili, protegge i più deboli, conduce una sorta di “attivismo” legale. Però ha un passato da hacker che, nel romanzo, riemerge, e che quindi lo costringe a fare i conti con un suo lato oscuro, con modi di agire che aveva dimenticato, con azioni che sono, spesso, al margine proprio di quel diritto che rispetta. Caratterialmente è un po’ nerd, appassionato di fumetti e informatica, molto timido, gira con una moto vintage e con il suo cucciolo di beagle salvato da un laboratorio di sperimentazione sugli animali. Penso che la sua caratteristica più interessante sia quella di mantenere “un piede” nel futuro, come un vero hacker, ma di rimanere al contempo sempre saldamente legato ai valori e ai principi classici.
Quanti altri modi diversi di essere hacker descrive nella sua storia?
Nella trama c’è un solo modo di essere hacker, ossia l’agire con curiosità, senza commettere crimini, per fornire un beneficio all’umanità. L’essenza del vero hacking, insomma. I veri hacker però si scontrano, nel romanzo, con dei criminali informatici veri e propri, gente senza scrupolo che ha pensato di utilizzare l’informatica per fare del male alle persone. Uno dei miei obiettivi era anche quello di far comprendere al lettore la differenza fra hacker e criminale informatico, che sono due fenomeni ben diversi.
Casi di indagini reali, ma romanzate e personaggi di fantasia costruiti con passioni quasi autobiografiche. Come ha combinato gli ingredienti del libro?
Ho iniziato da casi reali e da persone realmente incontrate. La realtà è sempre molto più interessante della fantasia. Ho poi semplificato questioni giuridiche e tecniche particolarmente complesse, per non annoiare il lettore, ma mantenendo un certo rigore scientifico. Inevitabilmente, infine, è finito nella trama qualcosa di autobiografico. Una costante è la passione per le “cose”: per il diritto, per la nobiltà della professione di avvocato oggi tanto martoriata, per la capacità delle tecnologie di migliorare il mondo, per i diritti di libertà e i diritti civili, ma anche per gli affetti nei confronti degli animali, per il viaggio come strumento di libertà, per il vintage e i ricordi.
I crimini informatici sembrano reati virtuali ma generano paure molto concrete.
In effetti sono tutti crimini che hanno conseguenze reali, c’è ben poco di virtuale. Preoccupante è l’aumento in determinati settori, penso allo stalking, alle frodi e alla diffamazione. Con il rischio di un potenziale dannoso molto ampio.
L’ultimo hacker è stato pubblicato nella stessa collana della trilogia “Millennium” di Stieg Larsson. C’è una tradizione letteraria a cui si è ispirato maggiormente?
Mi sono ispirato a gialli classici, a film moderni (quelli di Tarantino, ad esempio), a fumetti, a cartoni animati e, in particolare, a molta cultura pop.
Dai testi di informatica giuridica a un legal thriller. Il passo è breve o lungo e complicato?
Sono due cose molto diverse. Sono due modi di scrivere completamente differenti, che volutamente raggiungono obiettivi differenti. Di certo la conoscenza dell’informatica giuridica e delle investigazioni digitali mi ha aiutato nell’abbozzare le questioni centrali del romanzo.
Crede che la recente diffusione delle investigazioni scientifiche e tecnologiche abbia atrofizzato in alcuni casi le capacità di indagine sul campo, la cosiddetta human intelligence?
Secondo me il rischio è che le investigazioni scientifiche portino ad una certa automatizzazione di alcune fasi di indagine che può diventare molto pericolosa. Oggi si tende a una sopravvalutazione della prova scientifica anche in contesti (e processi) che prendono le mosse da accadimenti tradizionali e reali. Il rischio di affidarsi ciecamente alle macchine può falsare il risultato finale o alterare i delicati meccanismi processuali.
Le nuove tecnologie offrono maggiori libertà, ma anche nuove possibilità di controllo sociale. Come si possono bilanciare a livello individuale e collettivo queste due tendenze?
Il cittadino deve difendersi con tutti gli strumenti tecnologici disponibili, perché siamo in una società che muove verso il controllo. a mio avviso ragionare un po’ da hacker, come fa il protagonista del mio romanzo, è un ottimo punto di partenza.
Fulvio Totaro


















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