“Arrivederci Italia” è il quarto lavoro discografico di Ennio Rega. Pubblicato, alcuni mesi fa dall’etichetta indipendente Scaramuccia Music e distribuito da Edel, il cd contiene dodici inediti, “Lo sciancato” (rivisitazione di un brano dell’esordio), Libertà, pezzo creato su testo del poeta portoghese Fernando Pessoa  e un omaggio a Luigi Tenco con Ragazzo mio. Abbiamo parlato di questo amaro concept album con il cantautore.

Innanzitutto partiamo dal titolo. E’ un addio o un arrivederci a questo paese?

Arrivederci ad una generazione di grandi passioni incentrate su una teoria critica della società e contro ogni supina obbedienza, contro chiunque facesse di ogni generico “dovere” una cosa sacra. Arrivederci alla mia generazione quindi quella dei primi anni 70, mai più liberata dalla manipolazione dei media, da una negativa globalizzazione e/o pseudo-rivoluzione tecnologica che ha prodotto sudditanza di fronte all’esistente, senza più nessuna riserva critica. In questo Paese sono fortemente radicato, non lo lascerei mai, non è un addio. L’arrivederci è alla mia Italia, quella che mi ha fatto sognare tanto ed oggi con la sua stupidità mi fa ribrezzo.

Il disco è uscito alcuni mesi fa. La situazione è precipitata rapidamente, qualcuno dice che ci siamo salvati dal baratro. Ci sono dei segni di miglioramento secondo te?

Negli ultimi 20 anni è stato talmente tutto di così basso profilo, che questa “politica” tecnica e provvisoria ha ridato, seppur molto superficialmente, apparente forma civile alla società. Ma è poco, troppo poco. Segni di miglioramento dei diritti umani meno di niente. I ricchi stanno sempre meglio nelle ville ai bordi della città, i poveracci senza più speranza, assediati dalla solitudine, meditano il suicidio. La maggioranza degli italiani è troppo impoverita dentro e fuori, soffocata dall’impossibilità di una prospettiva futura. Altro che fine del mondo a dicembre. Non so quando, ma la gente diventerà nuovamente un popolo e allora scoppierà un qualcosa di ben più significativo ed intelligente, che non potrà essere, per ovvie ragioni storiche, il progetto Marxista dell’abbattimento dello Stato borghese per la dittatura del proletariato. Sarà il rivendicare un principio di rivolta come presa di coscienza, sarà meno utopia capace di lavorare sul campo, noi italiani, purtroppo alle lunghissime, prima o poi veniamo fuori per quello che davvero siamo: un grande popolo.

E’ un disco molto amaro. Prendi quasi coscienza di una nazione al collasso. Qual è in questo momento, secondo te, il ruolo della musica e dell’arte in generale? Il ruolo dell’intellettuale si è quasi perso. Ci siamo trasformati in un paese di supporter. O di qui o di là…

Si lo è, di un’amarezza filtrata comunque da un’ironia sottile. Credo che di qua non ci sia rimasto più nessuno. Non mancano figure di altissimo profilo intellettuale in Italia, grandi pensatori ed uomini di scienza ma sono in una qualche misura, e non dovrebbe esserlo, asserviti al potere , e poi vedo pecore sparse su un territorio che è tutto dall’altra parte. Di qua c’è rimasto l’occhio del poeta, dell’artista, insomma dell’inutile ingenuo utopico Don Chisciotte che non potrà mai essere asservito ad una convenienza, poiché meravigliosamente “pazzo”. Il sogno è sempre vivo quindi, mancano gli uomini per trasformarlo in realtà. Dobbiamo noi cercare di formarli rieducando le nuove generazioni in una scuola pubblica di alto valore.

Dal punto di vista musicale è un disco molto articolato, difficile da definire. Quali sono le tue “influenze”? Come definiresti questo disco?

Sono da sempre fuori dagli schemi, chiaramente giro intorno al jazz o alla musica popolare, un jazz contaminato da tarantelle e frenetici ska. Sono un cantautore che si diverte molto a fare il contrario di quello che l’ascoltatore medio si aspetterebbe. E’ un po’ come riuscire in una singolare innovazione, originalità. Sono uno che sfugge concretamente ad ogni accostamento, ma è chiaro che sono più vicino a Paolo Conte cha a Massimo Ranieri. Comunque non amo coloro che non volendo spendere parole per approfondire una conoscenza dell’artista sviano in una sbrigativa genericità. Una serie di coincidenze mi hanno portato a non somigliare davvero a nessuno. Questa è la mia forza.

Il disco contiene storie e personaggi. Ti sei ispirato a “fatti realmente accaduti”?

Sono tutte storie vere racconti di fatti accaduti, appartenenti a una vera autobiografia. Quando scrivo entro così dentro la narrazione sia musicale perché nella mia interiorità quei personaggi vivono da sempre, dando forma a quel sentimento nascosto, fermo dentro di me quelle amicizie nella loro profonda “verità”. Niente che unisca più profondamente del ridere insieme o il saper guardare insieme percependo ciò che c’è ma non si vede. E’ come se scrivessi il pezzo sempre a quattro mani con il personaggio, poiché è lui ad ispirarmi la “realtà”…a darmi le parole giuste.

Se non sbaglio sei al lavoro su un lavoro teatrale tratto da questo disco. Cosa ci dobbiamo aspettare?

Un lavoro molto divertente, che contrasta con la serietà musicale e letteraria dell’album. Ci sarà con me il mio quintetto, ma le canzoni inframmezzate alla recitazione arriveranno sparse dall’intera mia produzione discografica. Lo presenterò alla rassegna I Solisti del Teatro, in Prima Nazionale, questa estate il 27 luglio ai Giardini della Filarmonica di Roma.