ALESSANDRO PIVA
31/01/2012
“Non so se questo film ha la stessa forza della Capagira. Anzi, probabilmente non ce l’ha, ma le osservazioni del pubblico in sala mi ricordano molto le reazioni che quel film suscitò”. Alessandro Piva si è presentato al Festival del Cinema Europeo di Lecce – dove è stato proiettato in anteprima il suo ultimo film, Henry – con l’umiltà di un esordiente. Come se non fosse lo stesso autore di due successi come La Capagira e Mio cognato. Si dice curioso della reazione del pubblico leccese, a cui tiene molto forse anche perché in sala ci sono due colleghi – Edoardo Winspeare e Nico Cirasola – e un amico, il trombettista Cesare Dell’Anna. Durante la proiezione presta l’orecchio ai commenti e alle risate. Poi attende il giudizio con trepidazione: “Il cinema – spiega – è molto cambiato rispetto a dieci anni fa. Adesso non è facile arrivare al pubblico. Non so quale sarà la vita di questo film, non so se riusciremo a “forzare il blocco”, ma sono fiducioso”. Per Henry – storia di criminali e spaccio di droga, con Carolina Crescentini, Claudio Gioè e due “vecchie conoscenze” come Paolo Sassanelli e Dino Abbrescia – si è parlato di Pulp fiction all’italiana. Il film è stato al Festival di Torino, ma non ha ancora una distribuzione. Per questo, Piva si sta attrezzando per adattare al cinema la risposta che il mondo della musica ha dato alla crisi e all’invadenza di internet. Si dice fiducioso.
Che prospettive ci sono per Henry?
Volevo uscire in questi giorni in modo indipendente, ma ho optato per una scelta più prudente. Farò ancora qualche tentativo più tradizionale, poi proverò un’uscita innovativa basata sulle sale e sul web. Trasformerò le proiezioni in piccoli eventi, programmerò un tour per accompagnare il film che poi sarà proposto sul web.
Il film è tratto da un libro di Giovanni Mastrangelo che a sua volta, nella scrittura, si è ispirato a La capagira. Com’è il rapporto tra romanzo e film?
Buffo. Mi ha affascinato il fatto che uno scrittore chiamasse un regista prima ancora che fosse pubblicato il libro. Ero anche un po’ scettico. Invece, leggendo il libro mi sono reso conto che le atmosfere c’erano e mi sono ritrovato tra le mani una buona occasione per raccontare una città che non fosse Bari con lo stesso spirito di attenzione alla strada, ai suoi rumori veri del momento.
I suoi attori si sono sentiti molto liberi sul set. Quanto si discosta il prodotto finale dal romanzo?
Ci ho messo di mio parecchie immagini di una città in cui ho vissuto per vent’anni, immagini che mi piacevano e che mi porto dentro. Per un leccese la città passa per dei posti che la gente comune non conosce neanche. Per me Roma passa per certi posti lungo il fiume o per il Muro torto, via di comunicazione insignificante che io vedo come un secondo fiume che scorre nella città e che ci fa correre tutti, come questi pesci fuor d’acqua che abitano Roma e che si vedono nel film.
Qualcuno ha giudicato Henry troppo duro e violento.
Mentre giravamo non abbiamo avuto questa impressione. Per noi è importante non giudicare i nostri personaggi, è il modo più giusto di fare il nostro mestiere e per portare la gente al cinema. Sta poi a loro elaborare una riflessione.
Una battuta condensa un giudizio: “Il cinema è morto, adesso c’è la fiction”. Un atteggiamento strano, per uno che la fiction l’ha anche fatta.
Volevo essere un po’ autoironico: fare cinema oggi è difficilissimo, anche logisticamente, perché lavoriamo con attori e troupe continuamente impegnati nelle fiction. È difficile riuscire a tenersi un’isola e una cifra autoriale diversa. Poi ci sono anche fiction che mi piacciono: Boris, ad esempio, è un punto di riferimento.
Con Henry ha riunito il trio Piva, Sassanelli, Abbrescia. Che ne è del progetto di fare un film da Apocalisse da camera, il romanzo di suo fratello Andrea?
Abbiamo scritto una bella sceneggiatura per Rai cinema, che però poi si è tirata indietro. Per loro è normale, per noi autori è stato faticoso perché tuffarsi anima e corpo in un progetto e poi non portarlo a termine è doloroso. Ritengo difficile riprendere quel progetto, ma io e Andrea parliamo la stessa lingua. Prima o poi torneremo a lavorare insieme.
Valeria Blanco













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