Coolclub
TIME OUT

TIME OUT

di Roberto Conturso

24/05/2012

Percorrevo via del Sommergibile lasciandomi alle spalle il desolante scenario del parco di via Baffigo. Un terreno incolto, cosparso di cocci e vetri rotti, in cui gli unici resti visibili erano lo scheletro di una panchina in ferro battuto ed una vecchia altalena arrugginita, un tempo il passatempo preferito di Giada. Il cielo si tingeva di sfumature cremisi ed i lampioni avevano ripreso a battere le strade dopo giorni di silenzio. L’insegna “Boxing Club M. Serafini” illuminava il marciapiede lasciando sull’asfalto venature bluastre, ed all’interno risuonava un groviglio di musica ed urla che si schiantava contro le vetrate smerigliate.

I muscoli si contraevano  sugli schienali delle panche e delle pectoral machine, mentre corpi sudati boccheggiavano sui tapis roulants. Sembrava che la testa dovesse esplodermi da un momento all’altro, avevo bevuto troppo nel pomeriggio e la birra mi bruciava lo stomaco. Sudavo. Imboccai il sentiero tracciato da un logoro tappeto di spugna che si snodava lungo la parete di sinistra, costellata da armadietti di ferro. Nelle scalanature di uno degli sportelli, c’era infilata una mia foto con in braccio Giada, scattata durante le finali del campionato nazionale dilettanti del 2000. All’epoca, aveva appena un anno.
- Stefano, ben arrivato. – Una voce rauca, simile al crepitio di un camino, gracchiò vicino all’orecchio. – Ti presento Walid. Ti allenerai con lui questa sera. – La figura bassa e tarchiata di Serafini si scontrava con il fisico imponente ed asciutto del giovane. Aveva la pelle color ebano, gli occhi sgranati arroccati su zigomi sporgenti e la testa, imperlata di sudore, incastonata fra due spalle ampie e muscolose. – Piacere Walid. – Sentii la sua mano tozza e nodosa stringersi attorno alla mia e la pelle ruvida dei polpastrelli grattarmi le nocche. Tentai di contraccambiare, ricevendo in tutta risposta una stretta ancor più energica e prolungata. Abbozzai un sorriso e mi andai a cambiare. Lo stomaco non mi dava tregua, non potevo allenarmi in queste condizioni. Sentivo i succhi gastrici grattarmi la gola e vomitai. Aprì il rubinetto e misi la testa sotto l’acqua gelida.
La parte dove si allenavano i pugili era volutamente trascurata, in modo da conferirgli un aspetto più rude e minimalista. L’intonaco si staccava a pezzi dalle pareti, ricoprendo il parquet di una pallida fuliggine. I sacchi, appesi a pesanti catene, correvano lungo i due quarti del perimetro della sala, mentre il ring era incastonato nell’angolo sinistro. Le corde, ricavate da tre tubi di gomma, erano legate a pali di ferro che delimitavano i quattro angoli, e tre specchi fissati sul muro, fiancheggiavano il ring. Serafini diceva sempre che ad un vero pugile bastava solo un sacco ed una corda, per questo riteneva che la cura della palestra fosse marginale alla formazione pugilistica, con  buona pace dei soldi delle iscrizioni, che rimanevano al sicuro in fondo alle sue tasche.
Un gruppo di ragazzi lavorava al centro del parquet, ripetendo una combinazione di colpi: gancio diretto e gancio, schivata e montante, diretto e gancio. I guantoni impattavano contro l’aria acre ed immobile della sala. Fasciai velocemente le mani ed iniziai a scaldare i muscoli davanti allo specchio, mentre Serafini raccoglieva dal cesto di vimini i guanti da passata. Mi si parò davanti in posizione di guardia, ed iniziammo l’allenamento. Le braccia erano indolenzite e le gambe intorpidite, i miei pugni schioccavano nervosamente contro i suoi provocando un rumore sordo. Tentavo di rimanere concentrato, ma la testa martellava ed era come se al posto dei guantoni avessi due pesanti appendici di cemento che mi trascinavano a terra. Continuavo a picchiare, seguendo con la coda dell’occhio i movimenti di Walid sul ring. Saltellava rapidamente, come una mosca attorno ad una lampadina, fendendo l’aria con diretti potenti e precisi mentre il sudore impregnava la maglietta, che come argilla, si modellava sotto la spinta dei muscoli. Serafini si fermò di colpo. – A Stefanì che succede? Hai un aspetto di merda e la testa da un’altra parte. Sei sicuro di voler salire sul ring contro Walid? – Sorrisi per tranquillizzarlo. Da quando lo conoscevo le sue uniche preoccupazioni riguardavano la dieta e gli allenamenti, un monito che mi aveva spinto a non spingermi mai oltre questi argomenti. In fondo a lui interessava solo la boxe e questo per me era sufficiente.
Feci scivolare le dita sulla pelle, lasciando un sottile strato di vaselina sugli zigomi e sul naso. Il viso del mio sfidante, incorniciato dal casco e deformato dal paradenti, assumeva un’espressione rabbiosa. Avanzammo verso il centro, giusto il tempo di toccarci i guantoni. Il ragazzo era agile, mi colpiva con innocui diretti e poi scompariva dal mio campo visivo. Rispondevo di tanto in tanto con qualche diretto sinistro e gancio al corpo, senza mai affondare i colpi e lasciando che fosse lui a condurre il match. Era leggermente più alto di me perciò ero costretto ad andargli incontro, cercando di anticiparlo. Continuava a giocare, girandomi intorno e colpendomi con fastidiosi diretti. Il casco mi stritolava la testa e gli occhi mi bruciavano per il dolore. Continuai ad incassare, finché all’ennesimo sinistro, non spostai il peso del corpo a destra ed esplosi un diretto in pieno volto che lo colse di sorpresa. Vidi la sua gamba posteriore irrigidirsi e la faccia contrarsi in una smorfia di dolore. Una sottile riga di sangue gli colava dallo zigomo sinistro. Avevo ristabilito la gerarchia: io ero il campione e lui il mio sparring partner. Eppure il colpo ricevuto non l’aveva minimamente intimorito, mi venne sotto come un cane rabbioso scaricando un sinistro, destro e gancio sinistro al corpo che a stento riuscii a contenere, poi Serafini ci richiamò all’angolo.
Appoggiai la schiena alle corde. Respiravo affannosamente, le spalle erano completamente intirizzite e le braccia ciondolavano lungo i fianchi come corpi estranei. Il negro, invece, sembrava aver retto bene ai colpi. Se ne stava in piedi, all’angolo destro, a scambiare consigli con il mio allenatore, mentre la luce dei lampioni filtrava dalla finestra proiettando un cono giallognolo al centro del ring. All’inizio della seconda ripresa, lo stronzo partì in quarta. Doppiava il diretto sinistro e affondava con il destro, scaraventandomi la testa all’indietro. Tentavo invano di alzare la guardia,  ma i suoi colpi si conficcavano come lame incandescenti in un panetto di burro. Il naso e le labbra mi bruciavano ed un sapore metallico mi sciacquava la bocca. I suoi guantoni mi colpivano insistentemente agli occhi, ostruendomi la visuale. Sentivo una rabbia esplodermi in petto ma non riuscivo a reagire, il mio corpo non rispondeva alle sollecitazioni. Mi domandavo cosa cazzo gli passasse per la testa a quel negro, forse voleva farmi il posto, mettermi in ridicolo davanti a Serafini sperando così di diventare il pugile numero uno della palestra. Un altro pezzo di merda pronto a fottermi. Ultimamente tutti volevano fregarmi a partire da quel rabbino del padrone di casa, sino a quella puttana della mia ex moglie, decisa a strapparmi la custodia di Giada. Feci leva sulle ultime forze e mi avvicinai di nuovo al bersaglio. Lasciai sfogare il mio avversario con un’ennesima combinazione di pugni, aspettando solo che aprisse la guardia e poi scaricai un diretto e gancio che lo spedirono alle corde. Mi abbassai e gli rifilai un doppio gancio al fegato. Vidi quella montagna scura grugnire e piegarsi su un fianco. Continuavo a colpirlo senza sosta, scandendo il ritmo con quel poco fiato che ancora mi rimaneva nei polmoni. Serafini sbraitava qualcosa di incomprensibile dall’angolo opposto. Picchiavo con forza, senza lasciargli il tempo di respirare. Ogni mio pensiero, preoccupazione, si infrangeva sul suo viso e le mie urla riempivano la sala. Guardavo il mio nemico chiuso all’angolo, inerme, mentre la base dei miei piedi si tingeva di efelidi rossastre. Improvvisamente una stretta vigorosa mi agguantò alle spalle scaraventandomi al tappeto. Quando mi rialzai, era tutto finito. Serafini ed altri due ragazzi aiutavano Walid che si contorceva sul ring, ansimando e sputando sangue. Ero sconvolto ed incredulo, avrei voluto dire qualcosa, scusarmi, ma le parole si strozzavano in gola. Un capannello di curiosi mi squadrava con sguardi interrogatori. Gettai casco e paradenti sul tappeto e fuggii nello spogliatoio. Ammucchiai alla rinfusa i vestiti nella borsa, corsi verso l’armadietto, sfilai la foto e scappai.

Commenta questo articolo

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!