SANGUE DEL MIO SANGUE
22/05/2012
Mio padre mi lanciava addosso gli zoccoli Dr Scholl’s. Era il suo sport preferito. Per il resto, fino ai quarant’anni, si concedeva ancora qualche partita domenicale di calcio a cinque.
Raccontava che da piccolo era talmente povero che non si poteva permettere nemmeno le chewing-gum e che, come surrogato, masticava per settimane il tappo del dentifricio. Oppure ricordava di quando, ai tempi del nonno, si usava appendere un’aringa sul tavolo e strusciarci sopra un pezzo di pane, per insaporirlo. Quell’aringa poteva stare lì per mesi. Mio padre mi parlava di questa povertà remota con un’inspiegabile nostalgia.
Eppure faceva di tutto affinché la nostra non sembrasse una famiglia povera. Io, per esempio, ho sempre avuto tutto quello che volevo. Per ottenerlo dovevo faticare parecchio e accettare di buon grado almeno un ceffone, ma questa prassi mi è sempre sembrata conveniente.
La domenica lui e mamma preparavano pranzi talmente abbondanti che ci si tirava avanti fino al mercoledì (in realtà una cosa tipica di molte famiglie meridionali). Per risparmiare compravano spesso le cicale di mare, che io odiavo perché sembravano scarafaggi giganti. Però ci veniva un gran sugo.
Verso i quindici anni mi convinsi che ero stato adottato. Mio padre era alto e spigoloso, sguardo sanguigno, un fascio di muscoli. Io invece ero burroso e non parlavo il dialetto. Non riuscivo a trovare somiglianze.
Poi, quattro anni dopo, il mio corpo cominciò ad affilarsi e indurirsi. Ai tempi non potevo saperlo, ma avevo appena intrapreso quel processo che mi avrebbe trasformato in un clone di papà, e non solo fisicamente. Nell’arco di una decina d’anni avrei persino contratto la sua stessa ipocondria.
Ricordo quando, scosso dalle analisi del sangue, cominciò a limitare l’uso di burro, olio e sale, nonché la varietà delle portate. In breve tempo si ridusse a mangiare solo fagioli, patate bollite e riso in brodo, ovvero il peggio del paniere del dopoguerra, il che gli procurava la solita piacevole nostalgia. Inoltre, considerando lo sport come un potenziale preambolo all’infarto, accantonò non solo il calcetto, ma persino il lancio degli zoccoli Dr Scholl’s.
In realtà quegli zoccoli non mi colpirono mai, e non certo per un problema di mira: mio padre mi avrebbe mai torto un capello e il suo era solo un goffo approccio educativo. Anche perché io l’ho visto, mio padre, darle di santa ragione a un tizio, e posso assicurare che al confronto i ceffoni che dava a me erano carezze.
In compenso, però, era geloso. La prima volta che portai a casa una compagnetta la fece scappare a gambe levate, non sto qui a raccontare come. Io, per pigrizia, non ho più frequentato nessuna per tutta la durata del liceo. Ho superato la pubertà insieme a Super Mario, sul Nintendo 64.
Poi, al primo anno di università, ho conosciuto Nadia. Non so cos’è scattato, ma ho deciso che non volevo rinunciarci. Così, per evitare discussioni in famiglia, l’ho messa incinta. Sapevo che papà condannava l’aborto e avevo fatto due più due, ma ottenni il risultato sbagliato.
La notizia delle nozze, infatti, girò rapida come un’influenza asiatica: avevo appena compiuto vent’anni e per i parenti quell’evento era un commovente tuffo nel passato, quando ancora si usava sposarsi in giovane età. Per evitare voci su una gravidanza prematrimoniale, mio padre li informò tutti, in anticipo, che Nadia era piuttosto robusta.
Per diversi mesi sembrò felice. L’idea di diventare nonno gli piaceva. Poi, però, la sera prima della cerimonia, sbottò senza motivo, durante la cena. Urlò e fece volare piatti e posate, accanendosi su mia madre. Alla fine sbatté la porta e non tornò a dormire.
Il mattino successivo si presentò puntuale al matrimonio, in un impeccabile completo turchese. Per tutto l’evento sfoggiò il sorriso più brillante della sua carriera genitoriale. Non ho mai saputo dove abbia dormito.
Una settimana dopo mi confessò che era indagato con l’accusa di molestie sessuali ai danni di una minorenne. Mi assicurò che quella sua alunna l’aveva istigato e che lui era stato al gioco, ma senza mai allungare le mani. Io sapevo che diceva la verità, che non avrebbe fatto nulla che potesse sputtanarlo agli occhi del rione. Lui aveva sempre agito al fine di “evitare le malelingue”, arrivando persino a convincere me e Nadia a sposarci pur di non far parlare il circondario: figurarsi se aveva molestato una ragazzina!
Quando l’accusa fu confermata cominciò a dimagrire a vista d’occhio: la sua dieta da paniere del dopoguerra, unita allo stress della causa, lo ridusse a uno scheletro. Finì per litigare col macellaio, col fruttivendolo, col portinaio e persino con i passanti, convinto che lo squadrassero dall’alto in basso, che dicessero in giro che era un pedofilo. Divenne intrattabile. Finché mia madre, esasperata, non fece richiesta di divorzio.
Io decisi di stargli vicino. Lo accompagnavo dall’avvocato e facevo da mediatore quando tra lui e mamma montava la tensione. Eppure il nostro rapporto peggiorò. Più mi vedeva disponibile più mi credeva mosso dalla pietà, una cosa per lui mortificante, inaccettabile, specialmente da parte di un figlio.
Alla fine litigammo furiosamente. Nadia ed io, ancora senza una casa nostra, ci stabilimmo dai genitori di lei. Fu da lì che assistetti telefonicamente a tutte le fasi del processo, dall’udienza preliminare alla condanna. Durante quell’anno la mia relazione si sfaldò di pari passo con gli argomenti della difesa: Nadia non riusciva a capire perché continuassi a difendere un pedofilo. Il fatto che fosse “sangue del mio sangue” non costituiva, per lei, un’argomentazione valida.
Dopo altri due anni non mi rimase più nulla. Papà era agli arresti domiciliari, mamma stava per trasferirsi a Santarcangelo di Romagna con l’avvocato che le aveva fatto vincere la causa di divorzio e Nadia non mi permetteva di vedere Francesco. E io, che a Santarcangelo di Romagna non ci volevo andare, ero davvero nella merda.
Poi, miracolosa, arrivò la soluzione. E partii per quel lungo viaggio che mi avrebbe condotto in Costa Rica a gestire un ostello.
Sono trascorsi nove anni da allora, l’ostello è fallito, sono tornato in città. Nadia si è risposata. Non era ostile al telefono, anzi, credo sia felice di avermi lasciato: il suo uomo è ricco e li tratta da pascià. Eppure, dice, Francesco è un preadolescente problematico. Ecco perché da mesi, piuttosto che affrontarlo, preferisco far visita ad amici che si sono dimenticati di me, che non riescono nemmeno a fingere un sorriso. Non li biasimo, dopo nove anni senza una notizia.
Se in questi anni non ho mai contattato nessuno, nemmeno mamma o Nadia, è stato perché non volevo recidere i contatti con la mia vita precedente, forse per illudermi che mio padre fosse una figura mitologica. Oggi me ne pento, perché non si può rinnegare il padre, che è sempre e comunque sangue del tuo sangue: ho fatto tutto questo per niente.
Poi, però, succede questa cosa. Sto camminando verso il monolocale, di ritorno dal municipio, quando me lo ritrovo davanti: stravaccato sul davanzale della vetrina della Libreria Mondadori, copre con le spalle la pila dei best-seller. Accanto a lui due buste rigonfie e un sacchetto con una bottiglia. Sotto lo stivale destro, un cartello illeggibile e un piattino con pochi centesimi. Al piede sinistro, invece, uno zoccolo Dr Scholl’s.
Ho uno svarione, poi un ghigno isterico. Quindi razionalizzo che si tratta una coincidenza grottesca, irrilevante. È vero, gli somiglia vagamente, ma si tratta di suggestione.
Sto per andar via quando qualcosa mi trattiene, qualcosa di più tenace della semplice curiosità, ma soprattutto di più sudicio: è la mano del barbone, che mi tira con forza la manica della giacca. Una ventata di alitosi e piscio m’investe con l’impeto di uno tsunami. Mi libero con uno strattone deciso, digrignando e lasciandomi persino scappare un “evvaffanculo”. Lui si sfila lo zoccolo e lo brandisce minaccioso.
Papà, penso.
E mi metto a correre più forte che posso.














Commenta questo articolo