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Il giorno che ho disattivato il mio account fb

Il giorno che ho disattivato il mio account fb


15/07/2012

Mi capita molto spesso di ragionare ultimamente sull’eremitaggio. La figura dell’eremita mi ha sempre affascinato ed è da sempre presente in tutte le culture del mondo, sia in Occidente che in Oriente. Dai mistici ai guerrieri mi ha sempre colpito l’idea di chi decide un giorno di abbandonare il mondo, ritirarsi al di fuori della società, canecllare le proprie tracce e ogni contatto con gli altri esseri umani. Non m’importa il motivo: figgire, cercare se stessi o dio, trovare la pace interiore, diventare un grande guerriero, trovare il vuoto zen, sono tutte moivazioni nobili e valide. Il problema è un altro. Come si fa oggi? Come si fa a cancellare le proprie tracce e ritirarsi ai margini della vita sociale? Impossibile.

Mi è ricapitata tra le mani giorni fa una bella e famosa poesia del poeta Greco Constantinos Kavafis. Una di quelle poesie “pop”, che conoscono un po’ tutti, di quelle che entrano nel diario di qualche adolescente un po’ più colto e sensibile, ma comuqnue una bella poesia.

“E se non puoi la vita che desideri/cerca almeno questo/per quanto sta in te: non sciuparla/nel troppo commercio con la gente/con troppe parole in viavai frenetico [...] fino a farne una stucchevole estranea”.

E ai suoi tempi, per sua fortuna, Kavafis non aveva facebook. Questi versi mi hanno ronzato in testa per giorni e alla fine, la decisione l’ho presa. Non posso salire sul monte Olimpo a meditare per vent’anni sul vuoto (e qui scatta alla memoria un’altra poesia memorabile, di Pavese questa volta: “almeno potersene anddare, far la libera fame”, cito a mente), non posso abbandonare tutto, ma almeno, per un po’, posso lasciar perdere quella furibonda piazza paesana popolata di pettegoloni che è facebook, e farmi i fatti miei per un po’. Almeno virtualmente.

È la mia vita, bambina, tu fatti i cazzi tuoi!

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