Non è un romanzo (il sottotitolo recita: "Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora") e neppure un libro di viaggi in senso stretto, sebbene Tommaso Pincio prenda gentilmente per mano il lettore per portarlo con sé in un altrove popolato di immagini provenienti da luoghi reali e ideali: stanze d'hotel, quadri (il celebre Nighthawks dipinto da Edward Hopper nel 1942), facce come quella, patibolare, del concierge in mutande di un tugurio al centro di Tel Aviv. Da queste pagine affiorano le memorie intime di un artista, i tasselli del suo percorso personale tra pittura e scrittura, le istantanee catturate nel corso di vagabondaggi intorno al mondo: smarrimenti in luoghi e non-luoghi in cui albergano i fantasmi di un'educazione culturale (Melville, Orwell, Philip K. Dick, Pasolini, Landolfi). Più che al travel writer si pensa a Kerouac e Ginsberg, ai soggiorni di William Burroughs in qualche buco di Tangeri o Londra. Oppure agli scritti di Elémire Zolla, alle polaroid di Wim Wenders. Ecco, un buon modo per definire la più recente sortita in libreria di Pincio è a mio avviso il seguente: un invito all'avventura per combattere il regno del buio sul mondo (inteso sia come spazio fisico che come territorio sconfinato dell'intelletto), un'esortazione a uscire dalla fase abulica, depressiva di questi anni. "È solo un libro", obietterà qualcuno. No, questo libro è un'arma formidabile come la macchina da scrivere che l'autore comprò a New York, un biglietto che vi impedirà di restare fermi. Muoversi, magari per scoprire di colpo il karma della rapa che è in voi.
Nino G.D'Attis
Nino G.D'Attis



