È un pugno in faccia questa inchiesta di Stefania Divertito, giornalista napoletana responsabile nazionale della cronaca di Metro. È un pugno in faccia perché racconta senza mezzi termini la storia dell’amianto e della polverina impercettibile che solo in Italia uccide 4000 persone all’anno. “Dal dopoguerra fino alla messa al bando del 1992, in Italia sono stati usati 20milioni di tonnellate di amianto e prodotte 3,75 milioni di tonnellate di amianto grezzo”. Numeri impressionati. E l’amianto era ovunque: nelle fabbriche, nelle nostre scuole, negli edifici pubblici, anche nei giardini del vicino. “Non riesco a guardare una tettoia senza pensare che ne possa essere piena e che potrebbe sfilacciarsi da u momento all’altro. Tutto m’insospettisce e mi genera un dubbio: la mia vita è veramente al sicuro?”. Una domanda dalla risposta scontata: no. Amianto è una indagine rigorosa che passa attraverso il racconto dei medici, dei processi, delle leggi, dei malati e dei loro familiari in giro per l’Italia da Pordenone a Torino, da Brindisi a Padova, da Napoli a Taranto, da Roma a La Spezia, la città che detiene il poco invidiabile record mondiale di malattie collegate all’amianto. Il più grande processo europeo per morti sul lavoro, quello contro il magnate elvetico Stephan Schmidheiny e il barone Jean Louis de Cartier del gruppo Eternit (parola che proviene dal latino aeternitas, eternità) proprietari degli impianti italiani di lavorazione dell’amianto a Cavagnolo, Casale Monferrato, Bagnoli e Rubiera, ha preso il via il 6 aprile 2009, il giorno del terremoto in Abruzzo. “Quel giorno la notizia del terremoto piombò come una scarica elettrica tra le migliaia di persone assiepate davanti al tribunale di Torino. Erano arrivati con i pullman dalla Puglia, da Napoli, dalla Francia, dalla Svizzera”. La causa collettiva coinvolge ben 2889 vittime dell’amianto ed è ancora in corso. E tutti attendono per capire come andrà a finire. Il libro ha la prefazione di Alessandro Sortino ed è aperto da una frase agghiacciante di Carlotto “Risarcire un operaio morto costa meno che salvargli i polmoni”.
Pierpaolo Lala



