Mmh, insomma, così così.
Con un rapido montaggio alternato, schizzano lungo le prime pagine la storia di una squinternata setta satanica che cerca un’occasione di riscatto; e quella di Fabrizio Ciba, scrittore in disarmo creativo che vive della spinta propulsiva di un suo ormai vecchio romanzo. Le due vicende confluiscono nella megafesta che il palazzinaro Salvatore Chiatti ha allestito (a. d. 2004) nella romana Villa Ada, ora di sua proprietà, che ha riempito di bestie esotiche. E qui si innesteranno un safari (con epilogo alla Jurassic Park), e la vicenda di alcuni atleti sovietici dissidenti che, durante le olimpiadi romane del ’60, erano fuggiti, si erano nascosti nelle catacombe di Priscilla e ora riemergeranno come zombie proprio in occasione della festa. Che la festa cominci è un libro nato già vecchio. Nulla di male a raccontare una storia totalmente improbabile. Ma imperdonabile è la sensazione di un libro scritto in una caverna platonica dove fumetti, cinema e fantasy ispirano altri fumetti, cinema e fantasy, in una catena seguendo la quale non si atterra mai. Ecco, in Che la festa cominci manca l’atterraggio non sulla realtà, ma sul vero. I dialoghi sono falsi. I pensieri sono falsi. Nessuno parla e pensa come i personaggi del libro. Non ci si riconosce mai, qui dove la fantasia si ispira alla fantasia, quasi nulla è autentico, tutto è superficie. Si salva la lezione calviniana sulla rapidità (ma non è detto che non sia un sentiero dannoso), l’uso sempre esplosivo della metafora, l’effetto comico di questa setta de noantri e la breve lectio magistralis sulla “figura di merda”. Ma forse è il momento di dichiarare che un’epoca – postmoderno, cannibali, riflusso fantastico – è fatalmente morta.
Con un rapido montaggio alternato, schizzano lungo le prime pagine la storia di una squinternata setta satanica che cerca un’occasione di riscatto; e quella di Fabrizio Ciba, scrittore in disarmo creativo che vive della spinta propulsiva di un suo ormai vecchio romanzo. Le due vicende confluiscono nella megafesta che il palazzinaro Salvatore Chiatti ha allestito (a. d. 2004) nella romana Villa Ada, ora di sua proprietà, che ha riempito di bestie esotiche. E qui si innesteranno un safari (con epilogo alla Jurassic Park), e la vicenda di alcuni atleti sovietici dissidenti che, durante le olimpiadi romane del ’60, erano fuggiti, si erano nascosti nelle catacombe di Priscilla e ora riemergeranno come zombie proprio in occasione della festa. Che la festa cominci è un libro nato già vecchio. Nulla di male a raccontare una storia totalmente improbabile. Ma imperdonabile è la sensazione di un libro scritto in una caverna platonica dove fumetti, cinema e fantasy ispirano altri fumetti, cinema e fantasy, in una catena seguendo la quale non si atterra mai. Ecco, in Che la festa cominci manca l’atterraggio non sulla realtà, ma sul vero. I dialoghi sono falsi. I pensieri sono falsi. Nessuno parla e pensa come i personaggi del libro. Non ci si riconosce mai, qui dove la fantasia si ispira alla fantasia, quasi nulla è autentico, tutto è superficie. Si salva la lezione calviniana sulla rapidità (ma non è detto che non sia un sentiero dannoso), l’uso sempre esplosivo della metafora, l’effetto comico di questa setta de noantri e la breve lectio magistralis sulla “figura di merda”. Ma forse è il momento di dichiarare che un’epoca – postmoderno, cannibali, riflusso fantastico – è fatalmente morta.
Antonio Iovane



