La A-cerchiata è un simbolo notorio, che richiama il movimento anarchico e la complessità di pensieri e pratiche ad esso sottese. Effigie di semplicissima realizzazione – una A maiuscola inscritta in un cerchio –, fu ideata da Tomás Ibañez e compiuta da René Darras nel 1964, quando il Groupe Jeunes Libertaires di Parigi firmò un articolo in cui la si proponeva sigla scelta del movimento, per la necessità di uno strumento comunicativo che fosse soprattutto economico: di fatto, l’immediatezza grafica “riduceva al minimo il tempo per le scritte murali”, mentre il tratto essenziale la poteva rendere comune a tutte le espressioni dell’anarchismo, facilitando così un riconoscimento pubblico altrimenti complicato. Accolta senza eclatanti entusiasmi, la A-cerchiata ricomparve dopo qualche anno su manifesti e volantini della Gioventù Libertaria milanese, e da lì fu un procedere a ritmo disinvolto verso i muri, e non solo i muri, di tutta Europa. L’incontro con la cultura punk e con la speculazione commerciale fece il resto, contribuendo ad un’espansione spesso mortificante di questo ideogramma da strada, usato e abusato e rielaborato anche in contesti poco affini al suo senso originario. Eppure, proprio in questa apparente banalizzazione sta la coerenza dissacrante di un emblema di libertà vera, che rende coincidenti la peculiarità politica di un simbolo e le svariate declinazioni del suo essere un po’ marchio, un po’ suggello, un po’ schizzo casuale: ciò che conta è che non ci sia identità alcuna che possa rivendicarne un presunto significato reale. Seguendo le tracce di questo sentimento di non appartenenza, Eleuthera ripercorre la storia dell’A-cerchiata secondo autenticità, e lo fa con un volume fotografico curato dall’artista visuale Gianluca Chinnici, e da un collettivo estemporaneo di autori. Alcuni nomi [ estratti a caso, tutti notevolissimi ]: Goffredo Fofi, Marco Philopat, Marco Rovelli, Wu Ming 1, Enrico Ghezzi. Tutti, mettono in discussione gli esercizi più abituali di un simbolo davvero popolare e per niente populista, svelandone l’imbarazzante libertinaggio e restituendone appieno la sacrosanta inafferrabilità.
Stefania Ricchiuto



