Pastiche criminale: Genna coverizza Burroughs, Leopardi, il Pasolini di Petrolio, Carmelo Bene, Bret Easton Ellis e perfino se stesso (pescando da Medium, il romanzo pubblicato solo in rete) in un’opera-fiume eccessiva, funerea, dallo stile iperbolico che fa varcare al lettore la soglia di una dimensione altra del narrare, costringendolo a rincorrere una linea continua di sgomento. È una vera e propria gara di resistenza, una sfiancante mise en abîme all’interno della quale le forme drammatiche sbatacchiano, si contraddicono, vanno a pezzi per poi essere riunite in una composizione astratta inquietante: ad attenderci in questo altrove ci sono le spoglie di tutti i desideri, di tutte le storie fuori controllo. C’è troppa velocità nelle nostre vite, poi accadono gli incidenti, i fulmini a ciel sereno, i deragliamenti in prossimità di incroci non segnalati tra passato e futuro. Verità e rappresentazione all’effetto Droste: abbandonata la cornice thriller degli esordi, Genna ci scaglia addosso un libro di corpi, voci, ectoplasmi, allucinazioni in cui ogni vicenda sembra cominciare dove l’altra finisce in un cortocircuitante, reiterato non inizio protervo e musone. Un monumento al Mastodontico Nulla del nostro tempo, alle domande senza risposte, alle suppliche non soddisfatte. La strada era stata aperta da L’Anno luce (2005), e ricordarlo è necessario perché non si arriva impreparati a questo Italia de profundis, alla sua drammaticità fatta di periodi che si deformano. Voli fantastici e orrori abominevoli. Frammenti. Scorie. Epica pressofusa alla lirica in un gesto di allontanamento, di sparizione nella coscienza del disinganno.
Nino G. D’Attis




