Dopo il successo di “Tuttalpiù muoio”, scritto con Edoardo Albinati, l’attore Filippo Timi torna alla scrittura con “E lasciamole cadere queste stelle”. E lo fa discostandosi dalla chiave fortemente autobiografica della prima opera, e compiendo il passaggio importante dalla stesura “a due” a quella solista. Si avverte lo scioglimento di un nodo, il superamento di un blocco. Timi, che pure aveva incantato e brutalizzato con la sua precedente narrazione, non cede più alla tentazione di far di un libro un palcoscenico. Lo sfogo prepotente e affrettato di un tempo si evolve, supera la fisicità esasperata delle parole e passa attraverso il filtro della riflessione, divenendo pensiero lucido e prudente. La materia è la sensibilità, il campo d’indagine – e insieme il pretesto - l’universo femminile, anche quello che alberga incosciente in tanta mascolinità. Femminario dà inizio al percorso, con un girovagare lento e meditato, tra le emozioni e le condizioni dell’essere donna.
“Una donna anche quando è calma non è mai veramente tranquilla. Ogni donna è tutte le donne, come se all'interno di una donna ci fossero tutte le età e tutte le donne insieme. Scrivere sulle donne è come dare una struttura a un mistero. Ho cercato di avvicinarmi alla geometria dei fiori.”
Il cammino prosegue, ed è un incontro carezzevole e continuo con le sfumature, gli abbagli, le vanità di una vita più matura. In Filosofia dell’amore torna feroce l’angoscia del desiderio sentimentale. Ma è un attimo. L’audacia lascia spazio al riserbo, quasi alla vergogna, in Carosello. Tutti cammei di ricerca e in ricerca, le nove tracce di questo nuovo lavoro. Che segna il superamento riuscito della testimonianza aggressiva e spietata di “Tuttalpiù muoio”, in favore di una dichiarazione d’amore più sussurrata, e non urlata, alla natura e ai suoi richiami, alla meraviglia dell’esserne attratto, alla suggestione dell’esserne soggiogato. Ecco che la donna non è più protagonista delle pagine, ma manifesto strumento di Timi. Perché la donna accoglie un seme, lo custodisce, lo porta alla luce. Compie un atto profondamente creativo, di cui l’autore vuole carpire tutta la segretezza. E come ogni segno d’arte, anche la vita si esalta quando segue l’indole, e si mortifica quando cessa l’ascolto dell’istinto.
La chiave sta tutta nel custodire la nostra capacità di creazione, tenendo desto il nostro talento. Come fanno i cuccioli, d’uomo e d’altro. “Mi sono trovato in mezzo a un temporale e per la prima volta la pelle reclamava quest’acqua. Perché quando si parla di sensibilità non si è più né maschi né femmine ma bambini. E ogni sillaba è cavata dalla bocca del cuore”.
Stefania Ricchiuto



