Quando il fumetto e la parola scritta si ritrovano, creano sempre una sinergia di indicibile potenza. Se accade per narrare un evento truce, oscuro, brutale, questa sinergia si intensifica, sino a divenire via d’accesso a sincerità emozionali, ma soprattutto a verità ansimanti e faticose. Succede con la morte violenta di Federico Aldrovandi, trasmessa all’indignazione collettiva attraverso la storia personale del giornalista Checchino Antonini, che per primo in Italia ha dato ascolto e spazio ad un episodio ingiustificabile, altrimenti condannato a disattenzione certa. Con il disegnatore Alessio Spataro - con il quale ha mosso penna, matita e reciproche r/esistenze – Antonini ha però scelto di non rendere la crudezza di quel 25 settembre 2005, ma piuttosto di rielaborare l’intreccio sofferto tra le percezioni private e quegli accadimenti che, da Genova 2001 ma non solo, appaiono sempre più di “ordinaria” sopraffazione. Un caso di sopruso insostenibile, che ha visto quattro poliziotti accanirsi su di un corpo sino a ridurlo cadavere, è tradotto così in strisce d’arte penetrante, con i personaggi resi in una indovinata forma animale ibrida, tipo poliziotti-maiali, giornalista-topo, vittima-gatto: ogni riferimento all’oppressione totalitarista rappresentata ne La fattoria degli animali di George Orwell, è coerente con quanto si ripete al di là dei tempi e dei regimi. Anche la mosca, che nel finale di storia si poggia su una moto d’ordinanza facendola capitolare a terra, si fa allegoria di quello sdegno dei piccoli che, solo se unito ad altri simili risentimenti, può animare la “zona del silenzio” con il fastidio della rabbia comunicata. Rabbia che è ora custodita in una condanna per eccesso colposo in omicidio colposo , e in una novella grafica lancinante,nonché nella prefazione altrettanto micidiale – anticipatrice di ulteriori nefandezze a venire- di Girolamo De Michele.
Stefania Ricchiuto



