Come inizio potrà risultare forse scontato, ma Dave Eggers è, senz’ombra di dubbio, una delle migliori menti della sua generazione. E non solo perché è l’autore di un esordio scintillante, autentico e inarrivabile quale “L’opera struggente di un formidabile genio”, il racconto candido e stralunato dei suoi primi vent’anni di vita, ma anche perché è la mente malata che ha partorito due delle riviste più cool degli ultimi anni, “McSweeney’s” e “The Believer”, all’interno delle quali hanno scritto tutti, o quasi, i più influenti scrittori americani degli ultimi anni, tra cui, in ordine sparso e secondo un ordine che rispecchia i miei gusti, David Foster Wallace, Rick Moody, Jonathan Lethem e William T. Vollmann.
E dopo l’uscita italiana di “The best of McSweeney’s”, testo pubblicato dalla minimum fax, e “La super raccolta di storie d’avventura”, libro, edito da Mondadori, che traduceva il celebre decimo numero della rivista McSweeney’s, una collezione di racconti di genere con fini benefici, approda nelle nostre librerie “The Believer/1”, il primo di tre volumi che contiene il meglio di ciò che è apparso nel mensile fondato nel 2003 da Eggers assieme a Vendela Vida, pubblicato dalla sempre più mitica Isbn, selezionato da Massimo Coppola e tradotto dall’infaticabile Martina Testa e da Flavia Abbinante, Francesco Pacifico, Lorenza Pieri e Paolo Bernagozzi.
All’interno del volume in questione troviamo lunghe interviste a scrittori, registi, filosofi, grafici e artisti, recensioni non solo di libri, come quella di Vollmann a “Storia naturale della distruzione” di Sebald, ma anche di attrezzi, animali, bambini e hotel, e poi saggi e reportage surreali e dissennatamente umoristici.
Questo in sintesi. Però una menzione speciale meritano Michelle Tea, con il suo “Benvenuti a Camp Trans”, all’interno del quale si sofferma su una faida tra lesbiche e trans, David Suisman, con “Benvenuti alla gabbia della scimmia”, nel quale parla delle vicende sessualmente spinose che videro protagonista il nostro tenore Caruso e Jim Ruland che, in “Dogsbody”, narra le serate di una disomogenea combriccola di bevitori alle prese con la lettura collettiva dell’Ulisse di James Joyce. Così come da non perdere sono le interviste di Salman Rushdie al regista Terry Gilliam, e dello stesso Eggers a David Foster Wallace e David Byrne.
A lettura terminata si ha una strana impressione. Tutto questo umorismo, presente in ogni pagina, ci restituisce, però, l’immagine di un’America ferita a morte, in cui i riferimenti all’11 settembre sono costanti e inevitabili, in una sorta di day after necessario, dopo il quale ogni atto creativo ha subito uno spostamento di asse inevitabile.
Rossano Astremo



