“Esco ed è ancora notte, una notte che è l’ultima notte di guerra come lo è stata ieri, e domani ricomincia daccapo. Le bugie viaggiano a mano armata, gambe corte e lanciarazzi anticarro, e la gente ribadisce che la guerra è finita. Una guerra priva di nome. Una guerra, il cui nome sui libri di carta distanti anni luce dal sangue, tornerà a pretendere un senso di Storia che non c’era mentre la si combatteva, se c’era dov’era, se c’era non l’ho saputo vedere.” Chiudo il libro per l’ennesima volta, a capitolo cominciato – non concluso - ed è ancora dannazione. Come lo è stato ieri, come lo sarà domani. Chiudo il libro da un mese e qualche giorno, ormai, ma in realtà, ogni volta, non lo chiudo mai davvero. Ho iniziato questo tormento certa di una lettura rapida e lesta, e di una comprensione immediata. Sappiano le mie parole di sangue. L’impressione è di tortura premessa e promessa, nulla da sbirciare perché velato e sottinteso, tutto da cogliere in un rapporto il più possibile spiccio e accellerato. I sensi, avvisati, sono armati e all’erta. Il pensiero, ammonito, sarà vigile e non si farà fregare. Il quasiromanzo che annuncia di assalirmi, insomma, non mi frugherà. E invece, è di più, inaspettamente di più, addirittura troppo. Un titolo, un inganno. Sono stata abbindolata.
“Per i vivi per i morti. Per i vivi verso il cielo, per i morti sottoterra”. Ha inizio la preghiera disonesta di Babsi Jones. Anno 1999. Quello - per intenderci - della morte di De Andrè, della punibilità di Pinochet, della scomparsa di Einaudi, de “La vita è bella”, di D’Antona e le Brigate, di Pantani e l’ematocrito, di un Guazzaloca a Bologna e un Prodi a Bruxelles. Anno 1999. Quello – per intenderci di più - della NATO che aggredisce la Serbia, della NATO che bombarda Belgrado, della NATO che fa la guerra per umanità. Babsi Jones è la straniera dalle origini tzigane, arrivata in Kosovo per assistere all’ennesimo olocausto, e mentre i più fuggono verso una mèta ignota, lei rimane e stila cronache - lettere in verità - per il suo Direttore. Da un condominio privilegiato, quattro donne lei compresa sono affacciate sull’inferno. Mitrovica. Appunti dall’assedio. Qui “le finestre sono rivestite con i cartoni dei pacchi, e i fornelli funzionano con le bombole al propano”. Cornici di guerra, i muri. “Muri su muri su muri su muri. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.” Ci ho sbattuto la testa, contro i muri di Babsi Jones. Nella lettura restìa, dubbiosa, esitante, mi sono fatta un male cane, e l’autolesionismo non è mai stato atto così consapevole e necessario. Ho dovuto continuare, andare avanti si era fatto imperativo. Perché avevo dimenticato. Avevo dimenticato la “jugoguerra”, su cui - complici le Due Torri - era calato per me, e non solo per me, l’oblìo infimo e fedele di una Storia imbrogliona. La memoria, brutta bestia. Babsi Jones me l’ha restituita tutta. Non mi ha reso “solo” questo, però. Ha fatto di più. Scrittrice in forma di boia, gode senza saperlo di lettrice vittima sacrificale. Perché Sappiano le mie parole di sangue non è un quasiromanzo di guerra. Non principalmente, almeno. L’appiglio, il pretesto, son quei Balcani “luogo dell’anima ”, stuprati e abusati dai sagaci aguzzini delle strategie geo-politiche, raccontati in un taccuino che non diverrà mai reportage. Ma i temi autentici sono almeno tre in più: le donne, la scrittura, il padre. Ce n’è, per morire con coscienza.
Le donne, i sensi occlusi: Babsi la reporter, la ragazza cieca, la Straniera, l’Umanitaria. La prima è lì per fare giornalismo da inviata, per produrre- nelle intenzioni di chi ce l’ha mandata - “merce pronta al consumo che illustra i feriti e i salvati, gli innocenti e gli infami ”, riuscendo solo a contenere la scrittura, nell’attesa di uno scrigno più adeguato per i suoi registri di carne e macerie; la seconda “non vede che ombre ”, e nelle ombre disegna le sue chimere, riparando però i cappotti consumati, e sistemando con morbosità le cose della casa; la terza comunica in ROT 13 - un linguaggio criptato in uso in internet – e di fatto non consuma né dialogo nè trasmissione, nella presenza inavvertita come nell’assenza irrecuperabile; la quarta è brillante e produttiva, ed è giunta nel Kosovo per “utilizzare adeguati sistemi di raccolta fondi e realizzare realtà perseguendo condizioni di pari opportunità tra popoli generi e culture e sviluppare un pensiero democratico che tuteli i diritti dell’uomo ”. A proposito, gli uomini ci sono, ma devo fare uno sforzo per accorgermene: l’autrice è giudice e padrona, e almeno qui li condanna alla marginalità, all’ininfluenza, all’accessoriarità permanente. Le donne, scrivevo. Tutte lineari, di primo acchito, trasparenti nei meriti come nelle pecche, figure quasi confortevoli per la loro accessibilità istantanea. Di primo acchito, però. A lettura di poco avanzata, si svelano le complessità, i dedali, i garbugli, di ognuna delle fatali madame. Quattro donne, identità plurime e cattive. Non quattro donne un programma, un programma quattro donne. Il prototipo indifferenziato, il campione corrente, la riduzione tarata di femmina contemporanea: contro questo combatte la sua guerra, Babsi Jones.
“Per i vivi per i morti. Per i vivi verso il cielo, per i morti sottoterra”. Ha inizio la preghiera disonesta di Babsi Jones. Anno 1999. Quello - per intenderci - della morte di De Andrè, della punibilità di Pinochet, della scomparsa di Einaudi, de “La vita è bella”, di D’Antona e le Brigate, di Pantani e l’ematocrito, di un Guazzaloca a Bologna e un Prodi a Bruxelles. Anno 1999. Quello – per intenderci di più - della NATO che aggredisce la Serbia, della NATO che bombarda Belgrado, della NATO che fa la guerra per umanità. Babsi Jones è la straniera dalle origini tzigane, arrivata in Kosovo per assistere all’ennesimo olocausto, e mentre i più fuggono verso una mèta ignota, lei rimane e stila cronache - lettere in verità - per il suo Direttore. Da un condominio privilegiato, quattro donne lei compresa sono affacciate sull’inferno. Mitrovica. Appunti dall’assedio. Qui “le finestre sono rivestite con i cartoni dei pacchi, e i fornelli funzionano con le bombole al propano”. Cornici di guerra, i muri. “Muri su muri su muri su muri. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.” Ci ho sbattuto la testa, contro i muri di Babsi Jones. Nella lettura restìa, dubbiosa, esitante, mi sono fatta un male cane, e l’autolesionismo non è mai stato atto così consapevole e necessario. Ho dovuto continuare, andare avanti si era fatto imperativo. Perché avevo dimenticato. Avevo dimenticato la “jugoguerra”, su cui - complici le Due Torri - era calato per me, e non solo per me, l’oblìo infimo e fedele di una Storia imbrogliona. La memoria, brutta bestia. Babsi Jones me l’ha restituita tutta. Non mi ha reso “solo” questo, però. Ha fatto di più. Scrittrice in forma di boia, gode senza saperlo di lettrice vittima sacrificale. Perché Sappiano le mie parole di sangue non è un quasiromanzo di guerra. Non principalmente, almeno. L’appiglio, il pretesto, son quei Balcani “luogo dell’anima ”, stuprati e abusati dai sagaci aguzzini delle strategie geo-politiche, raccontati in un taccuino che non diverrà mai reportage. Ma i temi autentici sono almeno tre in più: le donne, la scrittura, il padre. Ce n’è, per morire con coscienza.
Le donne, i sensi occlusi: Babsi la reporter, la ragazza cieca, la Straniera, l’Umanitaria. La prima è lì per fare giornalismo da inviata, per produrre- nelle intenzioni di chi ce l’ha mandata - “merce pronta al consumo che illustra i feriti e i salvati, gli innocenti e gli infami ”, riuscendo solo a contenere la scrittura, nell’attesa di uno scrigno più adeguato per i suoi registri di carne e macerie; la seconda “non vede che ombre ”, e nelle ombre disegna le sue chimere, riparando però i cappotti consumati, e sistemando con morbosità le cose della casa; la terza comunica in ROT 13 - un linguaggio criptato in uso in internet – e di fatto non consuma né dialogo nè trasmissione, nella presenza inavvertita come nell’assenza irrecuperabile; la quarta è brillante e produttiva, ed è giunta nel Kosovo per “utilizzare adeguati sistemi di raccolta fondi e realizzare realtà perseguendo condizioni di pari opportunità tra popoli generi e culture e sviluppare un pensiero democratico che tuteli i diritti dell’uomo ”. A proposito, gli uomini ci sono, ma devo fare uno sforzo per accorgermene: l’autrice è giudice e padrona, e almeno qui li condanna alla marginalità, all’ininfluenza, all’accessoriarità permanente. Le donne, scrivevo. Tutte lineari, di primo acchito, trasparenti nei meriti come nelle pecche, figure quasi confortevoli per la loro accessibilità istantanea. Di primo acchito, però. A lettura di poco avanzata, si svelano le complessità, i dedali, i garbugli, di ognuna delle fatali madame. Quattro donne, identità plurime e cattive. Non quattro donne un programma, un programma quattro donne. Il prototipo indifferenziato, il campione corrente, la riduzione tarata di femmina contemporanea: contro questo combatte la sua guerra, Babsi Jones.
La scrittura, le alchimie meticce: non citerò i nomi dei tanti che vivificano le pagine di Sappiano le mie parole di sangue. L’elencarli in modo bello si ridurrebbe alla sterile mostra di un sapere poco genuino; l’invito apparente a rintracciarli spoglierebbe di molti sensi la lettura; il sottolinearli con evidenza accademica darebbe loro un valore che di fatto è solo aggiunto. Basti sapere però che, come tutti, anche Babsi Jones è donna migrante, e in quanto tale ha esercitato con abbondanza il gusto e il talento per l’abbandono delle cose, per l’allontanamento dagli altri, per la dispersione di sè. I suoi riferimenti, concepiti da più vagabondaggi, non hanno mai forma alcuna di confine. Assumono spesso il disegno della frontiera – questo si - ma sempre per dilatarne infinitamente le soglie, non certo per arginarne le demarcazioni. Giammai fissano, casomai rilasciano. Agendo come le fasi di una pratica alchemica, essi operano dissolvimento, essi operano purificazione, essi operano sublimazione. Gli stadi della separazione, però, necessitano di materia prima per compiersi, e questa Babsi Jones la fornisce in piena autarchia. Autrice che non conosce possessività e gelosia, lascia andare la risorsa al contagio culturale, cercandole virus, malattia ed epidemia: la creatività contaminata deve - diamine - dilagare! Il paradigma disinfettato, l’esemplificazione purgata, il modelllino sterilizzato della letteratura contemporanea: contro questo combatte la sua guerra, Babsi Jones.
Il padre, il Direttore, Dio: qui si ritira dalla guerra, Babsi Jones. E mi ritiro anch’io, dallo scrivere di più. Con il suggerimento secco - rivolto a chi vorrà farsi suggerire- di sfidare questo libro, di misurarsi con la sua bastardaggine, di conquistarne tutta la sua illegittimità. Per poi, o anche prima o magari durante, girovagare nei meandri del sito http://slmpds.net, a dilettarsi con un labirinto di ispirazioni e allettamenti vari. Solo se si ha – attenzione – l’inclinazione a deviare e a smarrirsi, nonché a corrompersi almeno un po’.
Stefania Ricchiuto



