Morire di lavoro. È uno dei più grandi paradossi della società moderna che trova le sue fondamenta in una stretta nicchia di opulenza e in una larga base di invisibili, veri e propri schiavi che dedicano la propria vita al sacrificio per poter assicurare alla loro famiglia un futuro migliore. Ed è proprio la storia di questi ultimi che Michael Glawogger decide di raccontare in un documentario che ha il pregio di mostrare al cosiddetto "mondo civilizzato" quanta sofferenza e poco rispetto della dignità umana ci siano ancora nel Sud del mondo. Cinque episodi per descrivere cinque lavori manuali, diversi nella loro tipologia ma assolutamente identici nella loro sostanza. Si va dalle nere miniere di carbone in Ucraina ai giacimenti di zolfo indonesiani, passando per un mattatoio nigeriano, un cantiere di smantellamento di navi in Pakistan e l'acciaieria cinese di Anshan. Esperienze accomunate dal lavoro massacrante e sottopagato di gente che si sostiene a vicenda e che malgrado tutto non perde la voglia di vivere e sperare. Tecnicamente splendide, spettacolari e a volte crude le immagini, veri e propri quadri che dipingono alla perfezione il sudore e la fatica e che riescono molto spesso a toccare cuore e mente. Bisogna rammentare che quella descritta nel lavoro del regista austriaco è la stessa situazione in cui non molto tempo fa versavano i nostri avi prima che il progresso facesse dell'Occidente un posto per certi versi migliore. Ma non dimenticare non è l'unica chiave di lettura proposta, più importante è la voglia di cambiare assieme il mondo in cui viviamo. Il documentario si chiude infatti con un messaggio di speranza che è anche una presa di posizione e un augurio, quello che in ogni parte del globo posti come quelli raccontati diventino solo un lontano ricordo. Come la vecchia fonderia di Meidelberg in Germania divenuta ora un museo, peraltro molto visitato. Workingman's death si segnala come una pellicola necessaria che ha il compito di smuovere le coscienze di chi vive in un'agiatezza che in molti angoli della Terra non è neanche concesso sognare. E che al di là delle ricorrenti banalità non si dovrebbe considerare dovuta, ma un punto di partenza per fare di questa vita un percorso equo e dignitoso. Per tutti.
C. Michele Pierri



