Parte un filmato in bianco e nero, anno 1977. Il conduttore siede al tavolino di un bar trasformato in studio televisivo e riceve telefonate dal pubblico a casa: una domanda, una risposta esatta e si vince uno spogliarello in diretta. La voce fuoricampo sussurra misteriosa che tutto inizia da qui: il primo sexy-quiz delle reti italiane, la tv di Berlusconi (“Il Presidente”) e la rivoluzione culturale della videocrazia, con il suo culto del godereccio e del disimpegno, del trash e delle donnine nude. Se il male fu generato dal Presidente e s’incarnò da principio nelle carni mercificate di una casalinga disinibita, c’è qualcosa che non torna, dato che quella prima Maja desnuda mostrava le sue grazie su “Spogliamoci insieme”, programma di un’emittente, Tele Torino International, che non apparteneva a Berlusconi, ma a un’agenzia di pubblicità, la Sapier. Il grossolano errore storico puzza di partigianeria, ma il punto debole di Videocracy non sta in questo particolare, quanto in una struttura argomentativa che accozza alla rinfusa tutto il più trito ciarpame mediatico italiano fra veline, grandi fratelli, tronisti, Lele Mora e Corona, senza spiegare a fondo come la cultura dello spettacolo sia giunta a contaminare anche la politica, spostando l’attenzione degli elettori dai programmi all’immagine dei leader. Converrebbe ricordare le origini della videocrazia - gli Stati Uniti degli anni ’60- per capire che non si tratta né di un’esclusiva italiana né di un parto di Berlusconi. Ma Gandini non lo dice e si ferma a una condanna moralistica del fenomeno. Il suo documentario stigmatizza la società televisiva mentre ne usa le stesse formule narrative del personalismo e della semplificazione, riducendo complesse trasformazioni del costume all’azione di un singolo.
Francesca Maruccia



