"Why don't you leave this house?"
"Because it's my house. Why don't you leave my house?"
Questo semplice e scarno scambio di battute tra il capo dei soldati israeliani e Mohammad, il professore palestinese costretto a subire con la famiglia l'occupazione della propria casa, rappresenta un'ottima sintesi di Private, film d'esordio di Saverio Costanzo, vincitore del Pardo d'oro al festival di Locarno.
Siamo in un villaggio nei territori occupati e la casa di un professore di letteratura inglese e della sua numerosa famiglia viene occupata da un commando di soldati israeliani che la scelgono come base. I militari lasciano liberi i palestinesi di andarsene, ma Mohammad decide di restare. Al piano di sopra si sistemano i soldati, con le loro armi, i loro divieti e la loro lingua sconosciuta, invischiati in un sistema di cui non comprendono pienamente le ragioni. Al piano di sotto la famiglia palestinese, con la paura delle incursioni notturne e una porta chiusa a chiave che impedisce di uscire dal soggiorno dopo una certa ora. Tratto da una storia vera (da anni una famiglia palestinese dei territori convive sotto lo stesso tetto con gli occupanti israeliani), Private è il resoconto di una resistenza pacifica, voluta in primo luogo da un padre forte e intellettuale, imposta a una moglie spaventata e a cinque figli che la affrontano ora con ingenuità e paura, ora con rabbia (il figlio che prende in considerazione la via dei kamikaze), infine con una nuova consapevolezza (la figlia maggiore che dal desiderio di violenza e vendetta arriva alla comprensione delle ragioni del padre).
Girato in digitale, con una telecamera a spalla che restituisce immagini sgranate e documentaristiche, il film mette in scena con un equilibrio sorprendente (a partire dal titolo che significa sia "privato" che "soldato semplice") la ricerca di uno spazio di contatto e comunicazione tra i due gruppi (interpretati tra l'altro da attori israeliani e palestinesi). La telecamera segue in continuazione i personaggi, cogliendo i tentativi di avvicinamento, gli sguardi furtivi, curiosi e impauriti, mostrando le barriere di separazione tra i soldati e la famiglia, spingendosi fin dentro un armadio da cui Mariam, la figlia maggiore, spia i soldati al piano superiore; l'inquadratura in soggettiva è ridotta a uno spiraglio di luce da cui finalmente è possibile un contatto, visivo, con un soldato israeliano.
Film intenso che porta avanti l'impegno culturale per il dialogo pacifico tra due popoli vicini, in un miscuglio di lingue sorelle (come suona evidente all'orecchio dei fortunati spettatori delle poche versioni in lingua originale sfuggite alla "dittatura del doppiaggio"), prese nel tentativo di ricerca di quello che David Grossman abitualmente chiama un "nuovo linguaggio della pace". Peccato circoli in Italia in sole venticinque copie.
Chiara Piovan



