Una delle pagine più buie della recentissima storia europea è raccontata da Salvador - 26 anni contro, intenso ritratto di una nazione sull'orlo del cambiamento, che come spesso accade, è pagato col sangue. In nomination come miglior film agli ultimi premi Goya, il film di Huerga racconta la vera storia di Salvador Puig Antich, militante di estrema sinistra del partito di liberazione spagnola durante il regime franchista, ultimo condannato a morte col barbaro strumento della garrota (anello di metallo messo intorno al collo per spezzare le vertebre cervicali) del periodo dittatoriale. Siamo nel ‘73 e un gruppo di ragazzi lotta per rendere libera la Spagna. Durante una retata, degli agenti catturano due militanti, ma durante il conflitto a fuoco Salvador (David Brühl di Goodbye, Lenin) viene ferito e un poliziotto ucciso. Poco dopo verrà arrestato e usato come capro espiatorio. Questa la storia di una pellicola che, sebbene a tratti deludente e un po' retorica, è estremamente interessante, soprattutto per chi come noi viene da un recente passato di controllo e negazione e troppo spesso se ne dimentica, dando pericoloso filo a revisionismi e nuove interpretazioni storiche. Altro discorso, allo stesso modo importante, è quello che riguarda la pena di morte, pratica adottata ancora in molti paesi del mondo e per la cui abolizione l'Italia si batte ormai da tempo. Il film si muove su due piani, uno fatto degli ultimi momenti di vita del condannato, l'altro dei continui flashback in cui dalla galera, Salvador ricorda i momenti che lo hanno portato a combattere il regime e a vedere la sua vita spezzata a soli 26 anni. Il film, che ha sicuramente un colorato taglio giovanile adatto a un pubblico non molto esigente, a volte si perde in lunghe e meticolose descrizioni, ma dà il meglio di sé nell'introspezione psicologica del padre di Salvador e del rapporto tra il condannato e il suo secondino, momenti che rendono appieno il periodo provocando un sincero disagio interiore. Una considerazione a parte merita la bellissima colonna sonora, composta tra gli altri da pezzi di Dylan e Cohen, che sottolinea in maniera originale anche i momenti più drammatici. Un lavoro importante quindi, se non altro per i temi trattati che rendono il suo giudizio sicuramente più malleabile e un film da vedere perché non c'è pezzo di storia, anche la più drammatica, che a cuor leggero possiamo permetterci di dimenticare.
C. Michele Pierri



