La tradinnovazione, ma che cosa vorra dire? Ascolti i Mascarimirì e forse, dico forse, riesci a darti una prima risposta. Claudio Giagnotti da Muro Leccese, da tutti conosciuto semplicemente come Cavallo, è uno dei più impetuosi interpreti della musica tradizionale salentina. La sua storia inizia da molto lontano. Nei primi anni ’90 fonda, insieme ad una banda di "ragazzacci", i Terra de Menzu. Ragazzi di Muro Leccese, stregati dai racconti del fotografo Fernando Bevilacqua, che si avvicinano al mondo della musica e della cultura tradizionale suonando e realizzando una fanzine. Cavallo però è un nomade nel sangue, è un avventuriero della musica, è un viaggiatore e decide, dopo aver fondato i Mascarimirì, di andare alla ricerca di nuove sonorità. Sbarca a Napoli, in Occitania, a Marsiglia e inizia a scambiare musica con importanti musicisti come Daniele Sepe, Lou Dalfin, Massillia Sound System, Dupain. Costruisce un asse Salento-Occitania che non è solo musicale. Dopo dieci anni Cavallo ha sentito l’esigenza di raccontare la sua storia e lo fa attraverso un documentario, un dvd ben curato (in distribuzione con quiSalento e nel circuito Anima Mundi), che ha molti pregi e qualche difetto. Le letture possono essere sicuramente due. La prima è quella dell’osservatore salentino che conosce, o pensa di conoscere la materia tradizionale; la seconda è quella dell’osservatore esterno, straniero in una terra di taranta e di muretti a secco. Il dvd è diviso in due parti distinte, due facce della stessa medaglia sonora. Nella prima parte Cavallo parte dalla sua casa di Muro, dalla macelleria dei suoi zii, dai suoi amici di sempre, musicisti o ex musicisti, accompagnatori e costruttori di tamburelli. Qui il racconto passa attraverso l’uso del dialetto e una costruzione a tratti ironica, se non addirittura comica. Grande protagonista Mario Marsella, vecchio musicista che racconta la sua esperienza con le tarantante e i tarantati. Dopo questa lunga introduzione sul Salento parte il viaggio che riporta Cavallo e i Mascarimirì a incontrare gli amici che lo hanno affiancato in dieci anni di carriera. Da Molfetta, con De Gennaro e poi a Napoli con un ispirato Daniele Sepe, e poi le valli occitane dei Lou Seriol e Lou Dalfin e poi ancora Nizza e Marsiglia. Il racconto si alterna alla musica, le attestazioni di stima nei confronti dei salentini si mischiano a riflessioni generali sulle musiche, sulle lingue, sull’uso dei dialetti e degli strumenti. Il ritmo si fa più serrato e la lentezza delle nostre terre lascia il passo, simbolicamamente, a velocità diverse. Cambia la luce, cambia lo scenario. Un occhio indigeno, forse, gradisce maggiormente questa seconda fase del documentario dove si apprende la novità portata da Cavallo nello scenario della musica tradizionale. Ecco che la tradinnovazione diventa realtà, che quei suoni duri iniziano a essere compresi. Molti si chiederanno, a cosa serve un documentario per raccontare la storia di un gruppo? Sicuramente a fare chiarezza sul suo percorso ma anche a raccontare una stagione musicale e culturale con gli occhi di chi ci guarda da lontano. Il coraggio non manca a Cavallo e al suo gruppo (in costante variazione di formazione), un coraggio che traspare dalle immagini. Ballati!
(pila)



