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È l'inizio del secolo, anno 1917. Il giovane socialista rivoluzionario Benito Mussolini incontra casualmente una donna: bella, coraggiosa e passionale tanto quanto lui. Il suo nome è Ida Dalser. Ida lo seguirà nel suo percorso, lo appoggerà e lo sosterrà come donna, l'amerà e lo rispetterà come amante, l'ascolterà e lo consiglierà come amica vendendo tutti i suoi beni per fondare il "Popolo d'Italia". Da quest'amore all'apparenza senza uguali seguirà un matrimonio che si completerà con la nascita di Benito Albino Mussolini, erede riconosciuto dallo stesso padre. Ma il Duce è irrefrenabile. L'ascesa al potere di lui coincide con la discesa nel limbo per lei, infatti senza alcun motivo apparente, decide di escludere dalla propria esistenza sia Ida che il bambino trainando le loro vite in un disegno fatale già pianificato: manicomio, celle, buio ed oblio. Se nel cast leggi nomi come Timi e la Mezzogiorno guardare il film già ti stuzzica, se in più a miscelare la luce ci pensa Daniele Ciprì il gioco è fatto ma se vogliamo la ciliegina sulla torta basta sapere che il regista è Marco Bellocchio, allora lì si va a colpo sicuro. Il film si apre con una storia d'amore passionale, forte, invidiabile. Te lo fa "pesare" subito quell'amore e tu ne percepisci il carico, la forza, rendendoti conto come molte volte l'amore di uno basta a tutti e due. E poi c'è lui che è la causa, il carnefice di quest'"amore folle": Benito Mussolini. Le mani cinte alla vita, il petto in fuori, il mento alto, gli occhi sicuri, una mimica conosciuta ma non facile e rese molto bene da Timi. Bellocchio mescola immagini di repertorio, scritte futuriste e film d'epoca alla fiction con una naturalezza tale che l'immedesimazione non ha bruschi scatti, anzi alcuni passi come il Monello di Chaplin visto da una madre che non vede il figlio da tre anni rendono il tutto ancora più toccante. Vincere insomma non è mai stato così bello, anche se a Cannes non la pensano così.
Giusi Ricciato




