Primo lungometraggio di finzione degli argentini Mariano Cohn e Gastón Duprat, L’Artista imbastisce un discorso semi-serio sulla natura dell’opera d’arte e sul concetto di autore. Con un’intuizione inverosimile per un uomo che nulla sa dell’arte né da creatore né da appassionato, Jorge Ramirez, infermiere in un istituto geriatrico, riconosce il valore estetico dei disegni di un suo paziente, Romano, e se ne appropria, diventando l’artista del momento. La scelta di individuare l’autore dei disegni in un vecchio autistico, seppur romanzesca e conforme a un concetto di “arte da seduta psicanalitica”, appare tuttavia giustificata nel sistema di contrasti interno alla storia, dal momento che mette in evidenza le discrepanze fra due mondi, quello in cui l’arte si produce e quello- troppo luccicante- in cui si consuma, e fra due modi di essere artisti, artisti putativi come Jorge o “materiali” come Romano. Con il suo riconoscimento Jorge crea una seconda volta l’opera, fornendole un’intenzionalità comunicativa in assenza della quale i disegni di Romano sarebbero solo il vomito interiore di un alienato. Citazioni contraddittorie e silenzi increduli corrodono la serietà di un mondo che galleggia nell’arbitrio e copre la sua sostanziale vuotezza con l’eleganza verbale, mentre l’arte è la grande presente/assente: lo stesso Romano la crea senza la consapevolezza di farlo e i suoi disegni non vengono mai inquadrati, come se più che la materialità dell’opera contassero gli effetti che questa produce sullo spettatore. E se nessuno sa come mai quella cosa semplicissima che è l’arte riesca solo a pochi, si potrà concludere che- teoricamente, certo- artisti possono esserlo tutti. Anche una fotografa di orsacchiotti o una che brucia plastici nel microonde. Pellicola disorientante e dall’ironia allibita per chi non cerca risposte ma domande.
Francesca Maruccia



