GRAN TORINO

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Walt Kowalski trascorre le sue giornate facendo qualche lavoretto in casa e sorseggiando birra in veranda sotto il tiepido sole del Midwest, in compagnia della sua fedele cagnetta, l’unica rimastagli accanto dopo la morte dell’amata moglie. Il volto emaciato, segnato dalle violenze e dai ricordi della guerra in Corea, lascia trasparire il suo carattere scontroso ed irascibile, incapace di dimostrare affetto ai suoi due figli che sembrano preoccupati solo di mettere le mani sulla vecchia casa e sulla Gran Torino. Questa automobile costruita negli anni settanta dalla Ford, diviene motivo di incontro fra l’anziano patriota ed il suo vicino di casa, un giovane di etnia Hmong. Da quel momento la vita del rude Kowalski si intreccia con quelle di Thao e di sua sorella Sue, intraprendente e spigliata ragazza che introduce lo scorbutico vicino nella cultura Hmong.

I preconcetti razziali del protagonista si scontrano con il cambiamento dei tempi. Quello che era un quartiere operaio in cui gli abitanti erano per lo più dipendenti della limitrofa azienda Ford di Detroit, con gli anni e con la conseguente crisi economica che ha travolto il settore automobilistico, si è trasformato in una zona in cui vige la violenza delle gang cinesi, messicane, ed afroamericane. Uno stravolgimento sociale che però aiuta Kowalski a mutare la belligeranza iniziale verso gli estranei, i musi gialli, in un inaspettato sentimento di affetto e di amicizia.

Il protagonista di Gran Torino ricorda le precedenti interpretazioni di Clint Eastwood. L’intrattabile patriota sembra muoversi nell’ombra del testardo allenatore di Million Dollar Baby. Entrambi vedovi, combattuti nella loro fede cattolica, instaurano con la disagiata e promettente pugile e con il timido ed impacciato Thao, quel legame paterno che mai erano stati in grado di avere con i rispettivi figli.

In questa nuova pellicola, però, si assiste ad una lenta mimesi fra il vecchio ed il bambino, l’insegnante e l’allievo. Il regista insiste su stacchi di inquadratura che ritraggono Thao che lavora sotto la pioggia, nel fango del giardino, ed il vecchio che lo osserva sotto la veranda. Un processo di identificazione fra la sofferta esperienza vissuta in trincea ed il difficile percorso di crescita del giovane asiatico.

Eastwood mescola diversi generi in questo film, un western urbano che strizza l’occhio ai buoni sentimenti, senza tralasciare l’aspetto comico (i tentativi di trasformare il giovane Hmong in un vero uomo, si esauriscono in grotteschi dialoghi fra il ragazzo ed un barbiere italiano). Un ottimo prodotto filmico, caratterizzato da una narrazione lineare che ha il pregio di aprire una finestra sugli stravolgimenti socio culturali della provincia americana. Un’altra stella nella filmografia dell’intramontabile attore e regista californiano.

Roberto Conturso

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