Un confine invisibile separa il Mezzogiorno e la Campania dal resto della penisola. Una frontiera superata la quale lo Stato non esiste e chi fa politica non ha bisogno di voti per essere eletto: benvenuti a Gomorra. Tratto dall'omonimo bestseller di Roberto Saviano e fresco vincitore del Grand prix al festival di Cannes, inonda le sale in 400 copie il film di Matteo Garrone che racconta un'Italia dimenticata. E ha un effetto dirompente. Come prevedibile il linguaggio adottato dal regista romano è profondamente diverso da quello del libro che "tutti hanno letto", come recita provocatoriamente, e forse a buon titolo, lo scarno trailer che in questi giorni gremisce le reti televisive. Scritta a sei mani con Maurizio Braucci e Ugo Chiti, la sceneggiatura del film così come la regia, hanno il pregio di essere complementari a quanto letto, di tradire le pagine di Saviano non per stravolgerle, ma per affiancarle.
Il business lascia spazio a vite e storie, che questa volta hanno l'amaro sapore del documentario, in una miscela di personaggi che non si fanno dimenticare agevolmente. Un mosaico che ha i volti di un imprenditore pronto a smaltire senza impedimenti tonnellate di rifiuti tossici (Toni Servillo), di un "sottomarino" col compito di pagare le famiglie dei detenuti affiliati al clan (Gianfelice Imparato), di due ragazzini che vivono nel sogno di essere qualcuno e farsi rispettare senza aprir bocca, ma imitando goffamente chi nel quartiere parla attraverso il sordo suono di un'arma.
Dove la camorra diventa Sistema, all'ombra dei palazzi di Scampia tanto quanto nelle campagne del casertano, la realtà supera di gran lunga la più sfrenata inventiva. E giunti ai titoli di coda, fra cattedrali nel deserto ed utopie deliranti, sembra solo di aver sfogliato un'altra pagina stropicciata.
C.Michele Pierri



