Guido (Valerio Mastandrea) sa poco del mondo e poco anche dei libri ma fa lo scrittore e ha successo. Non parla francese, non ha letto Kafka, non sa tener testa ai giornalisti, si è solo messo a scrivere, ritrovandosi tra i finalisti di un prestigioso premio letterario. Le storie banali e irritanti che abbozza ribadiscono che la vita, dentro e fuori dai libri, è solo vita, senza evidenti attributi estetici o morali, materiale incompleto sia per il dramma che per la commedia. Poi arriva Giulia (Valeria Golino), con la sua tara dal passato espressa nel misterioso divieto di uscire la sera. I due s’incontrano, s’innamorano, ma una logica fredda e coerente li schiaccia sul proprio destino impedendo all’amore di operare trasformazioni. Giulia è trascinata al fondo da una sofferenza “oggettiva”, mentre Guido resta schiavo di una malattia immaginaria che si chiama insoddisfazione. Continuerà a disprezzare il mondo letterario e a farne parte, a ricevere complimenti da chi non ha letto i suoi libri, si chiederà perché scrive e perché piace alla gente, senza trovare risposte e senza smettere di accumulare domande. La pellicola di Piccioni risulta grigia, gravata da un senso di ovvietà che risucchia personaggi rassegnati e segretamente compiaciuti di un ruolo da vittima che li solleva dalla responsabilità del cambiamento.
Francesca Maruccia



