CONTROL

Spiazzato. Spiazzato e assalito da mille riflessioni sin dal giorno, quasi un lustro, che divorai la notizia che si sarebbe realizzato un film sulla fugace, intensa , controversa vita di Ian Curtis, voce e leader della leggendaria band mancuniana dei Joy Division.
Un'attesa lunga, mascherata da me ad arte di fronte ai miei amici o ogni qualvolta mi trovassi in un discorso che sfiorasse minimamente l'argomento liquidando il tutto con tesi più o meno probabili circa la necessità di un film considerando le insidie che il regista avrebbe dovuto fronteggiare.
Insidie dicevamo, ma in realtà ogni volta che ci toccano qualcosa che riteniamo sacro ci assale la preoccupazione che qualcuno possa distorcere o strumentalizzare ciò di cui ci sentiamo intimamente proprietari. Un atteggiamento adolescenziale sosterrebbero alcuni ma le bands ed i fenomeni musicali sopravviverebbero nell'immaginario collettivo se fossero impoveriti di ciò che li rende eterni agli occhi degli appassionati?
E che cosa li rende eterni se non l'amore incondizionato della propria gente.
La cinematografia ha sempre narrato, ora bene ora male ma non è questo il punto, la vita dei personaggi e del particolare mondo legato alla musica esaltando un concetto che spesso viene sottovalutato anche dagli stessi critici : il suono ha e crea continuamente un'estetica e su di essa si corrobora un fenomeno. Un fenomeno impossibile da condannare.
E vi assicuro che, se i Joy Division presero idealmente per mano un giovane Olandese Anton Corbijn che  avendoli addirittura sentiti alla radio in Germania partì alla volta di Manchester per immortalarli con la sua macchina fotografica sedotto com'era dal suono ancora punk ma già  definitivamente orientato verso quella maestosa claustrofobia  che galleggiava su  inesorabili marce di cui Ian Curtis ne era sia fisicamente e poeticamente gran cerimoniere, l'assoluta bellezza delle immagini sempre in bianco e nero che il regista evoca dopo quasi un trentennio testimoniano l'amore e la dedizione che lo stesso ha impiegato nel portare a termine questo lavoro.
Film che inizialmente sembrava dovesse essere girato da Danny Boyle(Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting) con l'hollywoodiano Jude Law nel ruolo di Ian Curtis.
Non oso pensare l'idea che migliaia di fans dei Joy Division( e non parlo di gente vestita di nero ma di persone che si annidano in ogni sorta di scena, dal punk alla techno, dal rock indipendente al folk, da ciò che è rimasto della new wave all'electro, dal dub a qualsiasi genere o meglio scena voi vogliate menzionare, se ancora oggi si può parlare in questi termini),si siano fatti nel sentire nomi  che sanno tanto di patinato, ma sono sicuro che hanno realmente corso il rischio di vedere il proprio culto sdoganato in territori lontanissimi da quello che questa band ha rappresentato, per la sua centralità storica, musicale, culturale.
Ma nella produzione del film c'era chi alla fine dei conti doveva esserci.
C'era Deborah Curtis, moglie di Ian, autrice del libro Touchin from a distance( in Italia edito da Giunti nel 1996 col titolo Cosi' vicino cosi'lontano) e co-produttrice del film che mai viene meno a ciò che è narrato nel libro che ho appena citato.
C'era Tony Wilson, boss della Factory Records scomparso pochi mesi fa per un tumore, primo vero prime mover di quella Mad-chester che tanto avrebbe fatto parlare di se.
C'erano i New Order al completo che hanno curato tutto ciò che riguardava il suono.Sembra però che vi siano stati dei litigi durante la lavorazione del film mai meglio precisati tra Peter Hook e lo stesso regista.
Last but not  least c'era il semisconosciuto Sam Riley nella difficile parte di Ian di cui riesce ad interpretarne la poeticità ed il romanticismo non la violenza  l'ideologia e soprattutto quella tensione al di più che muove i Joy Division al dramma che si fa condizione e motivo centrale della loro personale crescita artistica. E qui hanno inizio haimè alcune riflessioni.
Anton Corbijn è uno dei più grandi videomaker(indimenticabili i video per U2 e Depeche Mode) della terra ed il film tutto ha un andamento fotografico quasi si sfogliasse un book per rivivere  delle pagine di una storia che in molti conosciamo, ma se il lato poetico è ben evidenziato sin dalle prime battute come se si volesse  celebrare, a ragione, l'indiscusso valore della poetica Curtisiana non ho ravvisato nel film o meglio vi è come sfumatura , quella tensione che induce Ian Curtis a specchiarsi e rendere tangibile lo sforzo, la fatica, il dolore, il sacrificio che lo anima nel portare a termine il proprio lavoro in un periodo determinante per la storia del rock tutto in un contesto sociale di una città completamente emarginata dalle luci di cui la musica necessitava per manifestarsi e diffondersi.
La tensione al di più; quella tensione che attraverso l'epilessia si riverberava nel suono e nella danza cosi strana,  convulsa ma suggestiva, un potente rito di tribalismo bianco che scioccava ed esaltava il sempre più numeroso pubblico quasi Ian volesse difendere e affermare il fatto che la musica ci chiede tutto. Uno sforzo continuo che è destinato a rendere il risultato efferato, migliore, unico.
Il valore della musica dei Joy Division è caratterizzato  dall'assoluta originalità che essi avevano al tempo, a tal punto da diventare dopo il Punk , che come ogni fenomeno nichilista si assume il diritto e il dovere, fallimentare ma genuinamente e stupendamente onesto, il centro vitale ed il punto di partenza di un cambiamento di cui in molti ne avrebbero beneficiato.
Inutile citare gli artisti che li adorano incondizionatamente. Non c'è spazio o angolo che i Joy Division non occupino nel cuore delle scene musicali più svariate.
Mentre il film viaggia , al pari del libro di Deborah Curtis, sui binari della quotidianità quasi ci sia l'intento di capire svelare perché Ian si sia suicidato a soli 23 anni mi accorgo quanto ancora sia invece irrisolta questa storia.
Come nel libro vi sono una marea di sensazioni, che Anton Corbijn palesa attraverso una narrazione puntuale nel ripercorrere i fatti ma evasiva nello spiegarli alla fine.
Essersi sposato cosi giovane, l'aggravarsi dell'epilessia incompatibile con la vita stressante delle rock-bands, l'amore per Annik e quindi il tradimento nei confronti della madre di sua figlia, la paura del tour negli Stati Uniti sono il calvario delle motivazioni che sembrano accompagnare Ian Curtis alla fine.
Tutte le vicende che il regista affronta durante il film sono foto che ci ritroviamo nei nostri occhi e che si immergeranno lentamente nell'inconscio collettivo di chi vorrà codificare un messaggio.
Eppure il film può realmente dare il là ad un messaggio alle generazioni più giovani e a chi ha dimenticato cos'era il post-punk, la sua innegabile potenza creativa e suggestiva.
Se si ha la fortuna di salire su un palco occorre dare tutto. Rischiare se stessi, tendere a realizzare lavori musicalmente consapevoli,  brillare e bruciare tutto quello che si ha dentro nel nome di un amore, nel nome di ciò che ci rende vivi.
Oggi tutte le scene musicali alternative sopravvivono su clichè ripetuti a oltranza, anche quelle ritenute più tecnologicamente nuove perché nel mondo della musica non vi è più quella ossessiva ricerca che ha alimentato tutta la storia della musica pop che si è svuotata del suo dogma trainante
e cioè l'estetica del suono di cui i Joy Division sono sostanza sofferta e selvaggia.
E' un film ora lento ora veloce che sfuma alla fine come sfumavano alcuni pezzi dei Joy division lasciando alla batteria il compito di un epilogo che rendeva scarna e insicura la fine.
E' un film che abbiamo aspettato. Con ansia.
E'un film meno violento di quanto mi aspettassi.( questo anche per volontà mai celata di Deborah Curtis che non voleva che la figlia si trovasse di fronte a scene che vedevano il padre in determinate condizioni).
E' un film la cui fotografia riproduce fedelmente la sensazione e i colori di quegli anni della "ice age".
E' un film fatto con amore e passione e per questo non è perfetto.
E un film che elude la spettacolarizzazione e non mercifica assolutamente la vita di Ian Curtis e le vicende dei Joy Division.
Accendete una sigaretta vi prego, non pensate a nulla, per un attimo chiudete gli occhi e poi riapriteli senza timore. Date un senso alle forme ridiamo un colore, quale che sia al suono, e amanti della musica ritorniamo ad aggredire la realtà perché ci stanno raccontando Ian Curtis.
Heart and soul one will burn.

  Gianluca Natile

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