AVATAR

Ha superato ogni record e ha vinto anche la mia pigrizia. Un film così atteso da costringere i cinema ad attivare le prenotazioni on line. Impressionante. Certo James Cameron (già regista di Titanic) sa bene il significato dell’aggettivo colossale. E lo è tutto, ancor prima del film, al punto che arrivi in sala emozionato con la sensazione di prepararti a vivere un’esperienza collettiva.
La consegna e l’inforcatura degli occhiali si consumano come un rito di passaggio dalla realtà al 3D.
Gli elementi dell’epica americana ci sono tutti: c’è il marine ( disabile per giunta), c’è un mondo futuribile in piena crisi energetica, ci sono i buoni e ci sono i cattivi.
C’è una razza che sembra aver capito tutto, esseri in simbiosi con madre natura che popolano un pianeta da sogno: Pandora.
Già qui la gamma di citazioni e rimandi al cinema fantastico e di fantascienza sarebbero tantissimi.
Ma c’è un elemento che rende il film di Cameron unico (secondo alcuni l’inizio di un nuovo modo di fare cinema): la sua capacità di creare un nuovo mondo, una popolazione con la sua cultura una nuova flora e una fauna tanto fantastica quanto credibile.
Si è letteralmente avvolti da Pandora (merito anche dell’uso sapiente e non eccessivo del 3D).
Pandora è un mondo e neanche per un attimo si crede possa essere frutto di invenzione. Merito non solo delle tecnologie utilizzate ma anche da anni di preparazione e studio di sceneggiatori e scienziati.
Il film è una critica, neanche velata, a un pianeta (la  Terra) e a un paese (l’America) mai citato direttamente, rappresentati come simbolo dell’errore e dell’avidità.
Gli opposti vengono, nella perfetta tradizione hollywoodiana, edulcorati. I Na’vi diventano ben presto pericolosamente New Age, alcuni rituali un po’ freak e certi simbolismi fanno addirittura sospettare una vicinanza a Scientology.
C’è un elemento che infrange il sogno, il retaggio americano di vedere la guerra come unica possibile soluzione. È quando comincia a scorrere il sangue che Pandora comincia a vacillare, la speranza coltivata fino al momento prima si infrange.
Alla fine il ritorno alla realtà, la fine del film è quasi traumatica. Quello che resta è una grande opera di immaginazione, un omaggio alla purezza e uno spettacolo talmente bello che non è vero.
Osvaldo Piliego

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