LUIGI PRESICCE

Visto a Lecce il 30/01/2010

C’è della magia nella figura e nell’opera di Luigi Presicce. Ma non la magia bella e dolce e rassicurante di fatine, elfi e affini. C’è la magia del mistero, del misticicismo inteso come tensione verso altro da noi. C’è splendore, terzo appuntamento di una serie di performance portate in scena nel Salento da Luigi, artista originario di Porto Cesareo ma trapiantato a Milano, è un inno alla simbologia del triangolo, segno divino per eccellenza, simbolo del maschile e del femminile. È una piramide bianca il copricapo che due figure pressoché identiche indossano mentre officiano questa sorta di rito massonico in cui 74 chilogrammi di cera (corrispondenti al peso dell’artista, e già utilizzati nella precedente performance del ciclo) vengono sciolti e colati all’interno di una piramide rovesciata (simbolo del femminile) a significare l’unione di maschile e femminile, a riproporre in maniera rituale l’atto sessuale, il passaggio dell’artista dalla forma solida alla forma liquida alla ricerca della sua compiutezza e completezza. Il triangolo è anche il simbolo del fuoco. Ed è infatti col fuoco sprigionato da un cannello che viene sciolta la cera, fiamma libera che purifica e impaurisce, che attrae e repelle, come i simboli fallici che completano la scena insieme ai cappelli e alla piramide rovesciata, e cioè un naso d’oro con evidenti richiami iniziatico-sessuali che viene posato, all’inizio della cerimonia, in una nicchia, anch’essa triangolare, ricavata nel muro dell’edificio che ospitava la performance, musicata con i piatti che creavano un tappeto sonoro ipnotico e inquietante, da una maschera nera, in contrasto con il bianco dei due officianti, dai cui occhi fuoriusciva un lungo pianto di capelli.
Due parole sull’edificio. Una vecchia casa in ristrutturazione nel centro storico di Lecce che conferiva al tutto un’atmosfera ancora più marcatamente massonica e segreta, pur essendo in pieno centro alle tre del pomeriggio di sabato 30 gennaio.
Presicce riesce, come un perfetto Maestro della cerimonia, o come un diavolo dell’inferno, con pochi gesti e con una scenografia essenziale, a essere evocativo e mitopoietico, a ricreare un’atmosfera arcana e arcaica insieme, a riportare tutto all’origine lasciando in chi assiste un senso profondo di sgomento e sensualità.
Dario Goffredo

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