Piccoli tasselli di un puzzle dei ricordi disfatto mille volte; ogni brano un déjà-vu emotivo, un salto all'indietro, in un territorio musicale noto - di più, familiare - e al contempo un viaggio nell'inatteso, una proiezione nelle possibilità ancora inesplorate di certa musica. Perché quelle che si trovano nell'ultimo album di Manu Codjia (accompagnato dai bravissimi Jérôme Regard al contrabbasso e Philippe Garcia alla batteria), a dispetto del titolo, vanno molto oltre delle semplici cover, prendendo i contorni di vere e proprie riscritture, che a volte accennano, altre suggeriscono, altre ancora rivestono di nuovi suoni e ritmi la poesia melodica degli originali, improvvisandoci in mezzo e attorno. Il trentacinquenne chitarrista francese (tra i più attivi e richiesti della scena europea, vincitore del Django D'Or nel 2007) ha confezionato un gran bel disco, affrontando con la solita formidabile inventiva un repertorio di new standard, da Beat It di Michael Jackson ad Halleluja di Leonard Cohen, da Redemption Song e Natural Mystic di Bob Marley a Martha di Tom Waits, fino a Je t'aime moi non plus di Serge Gainsbourg e alla delicata Children's Plays Song di Bill Evans. Ma spostando il tutto entro confini nuovi, ristrutturati dall'incredibile suono della sua chitarra, che ha dentro un po' di John Scofield e un po' Bill Frisell, un po' di Pat Metheny e persino un po' di Camel Zekri, ma che non è uguale a nessun'altra. Bravo.
Lori Albanese



