Giunti al loro secondo full-lenght e dopo quattro ep gli Altar of Plagues con Mammal portano probabilmente a compimento il processo di contaminazione tra generi iniziato nel 2006 con First Plagues. Si rimane fedeli alla base black metal ma il processo di osmosi si fa più esteso abbracciando anche in maniera più marcata il post core già massivamente presente negli altri lavori, lo sludge e le atmosfere doom. Le sfuriate raw tipicamente black metal (che a tratti riprendono la scuola Wolves in throne room et similia) che aprono Neptune is dead o All Life Converges To Some Center lasciano volentieri il passo a rallentamenti oscuri, alle atmosfere care ai padrini Neurosis, a controtempi che sprofondano in vortici abissali. E ancora droni, bordoni ambient e voci sciamaniche vanno a riempire la stasi che segue alla furia. La rabbia si tramuta e l'apocalisse degli AOP disvela scenari decadenti, urla sofferenza mentre le chitarre lasciano squarci laceranti. Gli Altar of Plagues rimangono al momento una delle più interessanti figure della nuova scena di avantgarde metal, capace di partire dal portato black per riscrivere e contaminare un genere che troppo spesso annaspa, tarpato da concettualismi ormai privi di significato che denotano più un apparire che la voglia di suonare.
Gianpiero Chionna



