KURT VILE

Basta guardare le foto del cantautore di Philadelphia per capire che è venuto al mondo con due decenni di ritardo. È un talento figlio degli anni ‘90. Un amante della bassa fedeltà, un campione di modestia, uno a cui interessa soltanto registrare le proprie canzoni. Ecco, appunto, le canzoni... brani folk-rock ombrosi con evidenti potenzialità pop. Dunque se possono balenare nella mente Lou Reed, J Mascis, la psichedelia di Sonic Youth, le melodie cristalline e le pastose chitarre dei REM (come in Jesus Fever di scuola Sebadoh), comunque la voce di Kurt risuona personale. Gli inserti elettronici sono pochi e mai invasivi come nella splendida apertura Baby's Arms, costruita su un solido amalgama di acustiche. L'album ha un sound corposo, moderatamente elettrico, gli arrangiamenti sono calibrati e sobri, ma mai scontati, riempiono le orecchie e culminano in Puppet To The Man, (slabbrato glam-rock narcotizzato dai Sonic Youth), nell'acida title-track (che oscura le visioni dei Byrds) e in Society Is My Friend, che sostiene un tono più epico rileggendo l'Americana con invidiabile raffinatezza paragonabile a Smog o gli ultimi Calexico. Peeping Tomboy è la versione grunge del primo Devendra Banhart. Runner Ups rilegge Dylan. La voce calda e allucinata di On Tour scatena ricordi dei Grant Lee Buffalo. Nel loro piccolo, sono canzoni ispirate e perfette. Il prossimo album potrebbe essere un capolavoro.
Tobia D'Onofrio

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