Dopo l’acclamato Visiter del 2008, il duo di San Francisco fa centro con un nuovo album prodotto da Phil Ek (Shins, Fleet Foxes, Built To Spill). Ormai diventato un trio, grazie all’aggiunta di un componente al vibrafono, il gruppo californiano presenta subito il nuovo entrato su un ibrido incedere sincopato che unisce noise-rock e cantato latino. Poi Longform, tra gli episodi più intensi del disco, riparte con l’art-rock rocambolesco che li ha resi unici, fatto di instancabili parti percussive, fingerpicking schizoide (ed inarrivabile!) e melodie vocali in perfetto stile psichedelico, come quelle di un esotico Mc Cartney perso tra i Diamanti nel Cielo. Rasoiate e feedback di chitarra elettrica completano quindi il quadro, impreziosendo i (pochi) climax di brani altrimenti acustici. La riconoscibilità del trio è evidente e i pezzi si differenziano l’uno dall’altro. Tra momenti più riflessivi e virate più epilettiche e corpose, spiccano il chitarrismo sfrenato su percussività hardcore di This Is A Business, il disilluso acquerello di Two Medicines, il country-rock alla Andrew Bird di Acorn Factory e Fables che si lascia andare - appena - nel finale.
Tobia D’Onofrio




