A quattro anni dal celebrato debutto, tanto innovativo quanto glaciale nella resa sonora, tornano i Battles con un album che riprende le intuizioni di Mirrored per svilupparle in nuove direzioni. Le proto-melodie che emergono dagli incastri ritmici restano un deciso marchio di fabbrica, come testimonia già in apertura lo sfoggio di armonie di Africastle. Poi la voce in Ice Cream aggiunge un tocco umano ad una materia più celebrale e geometrica del prog anni ‘70. Il risultato è un contagioso funky, vigoroso, tropicalista e sconnesso, che farebbe invidia a Beck o ai Vampire Weekend. Gli ingranaggi di Futura lasciano trapelare le tastiere poco a poco, per esplodere in una valanga di variazioni prodotte da una vibrante emotività che pare post-umana. Inchworm, l'epica Wall Street e White Electric trasfigurano e nascondono stralci di sinfonie geneticamente modificate. In My Machine canta Gary Numan su una galoppata alla Trans Am. In Sweetie & Shak è la dolce voce dei Blonde Redhead a fare da guida tra mille rifrazioni. La conclusiva Sundome fa un balzo nel tempo per mostrarci i cadaveri di reggae e hip-hop nel quarto millennio.
Fortunatamente questo nuovo lavoro, oltre ad immortalare le eccelse capacità tecniche dei musicisti, tradisce anche la loro umanità, senza annoiare come un mero esercizio di stile. Inoltre, ci dà la dimensione di quanto sia ancora possibile plasmare e rinnovare la forma canzone e la musica rock in genere. E di questi tempi non è poco.
Fortunatamente questo nuovo lavoro, oltre ad immortalare le eccelse capacità tecniche dei musicisti, tradisce anche la loro umanità, senza annoiare come un mero esercizio di stile. Inoltre, ci dà la dimensione di quanto sia ancora possibile plasmare e rinnovare la forma canzone e la musica rock in genere. E di questi tempi non è poco.
Tobia D'Onofrio



