Al suo quinto lavoro Alexander Tucker cambia pelle ma continua a percorrere i sentieri a lui tanto cari del folk. C'è più luce in questo Dorwytch, una luce che rischiara le nebbie dei suoi precedenti lavori. Tutti i 14 pezzi che compongono l'album si tingono di colori più tenui, melodie pastorali e vocalizzi sognanti. Sono lontani gli arpeggi cadenzati e marziali, il cantato ossessivo, i riff granitici che a tratti "violentavano" le corde acustiche, così come gli episodi opprimenti dei precedenti lavori. In Dorwytch vi è un lavoro di fino del buon Tucker che non lesina intelligenza nel tessere le trame acustiche delle sue canzoni, facendo accarezzare la chitarra dagli archi in più di un'occasione e alternando aperture melodiche a fraseggi più grevi in cui però i colori plumbei non sono mai cristallizzati. È un'alternanza continua che ascoltiamo in Dorwytch, dove luce ed ombra si avvicendano in un circolo in cui Tucker reitera ossessivamente le strofe. Una reiterazione che ha del trascendentale, un suono che rapisce l'autore e chi ascolta in una sorta di sospensione spirituale (basti ascoltare Hose o Gods creature). Ma ancora oltre il folk si sente, avvolto tra gli arpeggi bucolici, la discendenza post hardcore di Tucker, le influenze della psichedelia anni '70 (Matter), l'amore per gli Swans e l'universo di Michael Gira. Dorwytch lascerà spiazzato l'estimatore del "vecchio" Tucker, ma probabilmente era un disco necessario: chi è vissuto troppo al buio ha il bisogno di uno spiraglio di luce.
Gianpiero Chionna



