Quando ho letto la notizia che Manni stava per pubblicare questo libro, quando ho letto i nomi degli autori che ne avrebbero fatto parte, ho pensato che forse presto avrei avuto tra le mani un gran bel volume di racconti. E ho iniziato ad aspettare. Poi finalmente ho avuto l'antologia tra le mani e ho iniziato a leggerla.
Si parte col botto. Racconto di Cosimo Argentina dai risvolti più che pulp, condito con del sano dialetto tarantino e un sorriso da folle che spesso arriva leggendo Argentina. Si chiude con un senso di leggera amarezza dato dal testo di Enzo Verrengia (già amato dal sottoscritto per il suo La notte degli stramurti viventi), dove sembra che di buono nella nostra terra e nel nostro tempo sia rimasto ben poco, e che tolti gli interessi personali lo spazio per ilr esto sia piuttosto ristretto.
I racconti sono in ordine alfabetico per autore, scelta saggia da parte dell'editore che si è trovato ad affrontare dieci cavalli di razza, dieci nomi tra i più interessanti del panorama narrativo contemporaneo e non solo pugliese.
Come al solito cercare una linea comune tra questi autori è impossibile, si passa dal delirio puro di Argentina, Livio Romano che ci regala una sua inaspettata versione cattiva e dissacratoria e Piero Calò che ci racconta una storia dai risvolti paradossali e imprevedibili alle pregiatissime sperimentazioni linguistiche di Carlo D'Amicis che inventa una lingua che è una miscela di albanese, italiano e dialetti pugliesi, e a quelle di Piero Manni, che per restituirci l'atmosfera di inizio novecento in cui è ambientato il suo racconto trova una lingua che sembra congelata e che ci arriva con tutta la sua forza espressiva. Abbiamo i racconti ispirati a fatti di cronaca di Rossano Astremo ed Elisabetta Liguori (i due, reduci da un libro a quattro mani, mostrano ancora una volta di avere in comune background e ispirazione) o comunque alla cronaca vicini, come quello di Donpasta dove le vicende di clandestini e neocaporalato fanno da sfondo a una storia di amore e dolore.
Su questo vorrei spendere due parole. Sulla bellezza della narrativa sia quando è capace di farti volare lontano dalla realtà che ti circonda, anche quando prende spunto da essa per poi allontanarsene, sia quando parte da lontano, da quello che dici non potrebbe mai accadere, e poi invece ti ritrovi a pensare che però, forse, in effetti, chissà potrebbe anche accadere. È questo che cerco nella narrativa cosiddetta di genere: la capacità di sorprendermi, di farmi volare con la fantasia, di staccarmi per qualche ora dalle cronache barbare e prive di slancio dei telegiornali.
Chiudo il discorso spendendo due parole su Omar Di Monopoli, quello tra gli scrittori presenti nell'antologia che più si avvicina nel suo quotidiano mestiere di scrivere al genere noir.
Il suo racconto è una conferma delle sue capacità narrative, della sua grandissima abilità nel maneggiare e plasmare la materia e la lingua di cui compone le sue storie. Un racconto, il suo, dove magia, antiche paure e superstizioni, favole e leggende si fondono per restituirci un mondo turpe, dove il male non è solo una cosa lontana e straordinaria ma permea di sé ogni momento e ogni molecola del nostro mondo e della nostra vita. La ciliegina sulla torta di un libro che assolutamente merita di essere letto. (dg)
Si parte col botto. Racconto di Cosimo Argentina dai risvolti più che pulp, condito con del sano dialetto tarantino e un sorriso da folle che spesso arriva leggendo Argentina. Si chiude con un senso di leggera amarezza dato dal testo di Enzo Verrengia (già amato dal sottoscritto per il suo La notte degli stramurti viventi), dove sembra che di buono nella nostra terra e nel nostro tempo sia rimasto ben poco, e che tolti gli interessi personali lo spazio per ilr esto sia piuttosto ristretto.
I racconti sono in ordine alfabetico per autore, scelta saggia da parte dell'editore che si è trovato ad affrontare dieci cavalli di razza, dieci nomi tra i più interessanti del panorama narrativo contemporaneo e non solo pugliese.
Come al solito cercare una linea comune tra questi autori è impossibile, si passa dal delirio puro di Argentina, Livio Romano che ci regala una sua inaspettata versione cattiva e dissacratoria e Piero Calò che ci racconta una storia dai risvolti paradossali e imprevedibili alle pregiatissime sperimentazioni linguistiche di Carlo D'Amicis che inventa una lingua che è una miscela di albanese, italiano e dialetti pugliesi, e a quelle di Piero Manni, che per restituirci l'atmosfera di inizio novecento in cui è ambientato il suo racconto trova una lingua che sembra congelata e che ci arriva con tutta la sua forza espressiva. Abbiamo i racconti ispirati a fatti di cronaca di Rossano Astremo ed Elisabetta Liguori (i due, reduci da un libro a quattro mani, mostrano ancora una volta di avere in comune background e ispirazione) o comunque alla cronaca vicini, come quello di Donpasta dove le vicende di clandestini e neocaporalato fanno da sfondo a una storia di amore e dolore.
Su questo vorrei spendere due parole. Sulla bellezza della narrativa sia quando è capace di farti volare lontano dalla realtà che ti circonda, anche quando prende spunto da essa per poi allontanarsene, sia quando parte da lontano, da quello che dici non potrebbe mai accadere, e poi invece ti ritrovi a pensare che però, forse, in effetti, chissà potrebbe anche accadere. È questo che cerco nella narrativa cosiddetta di genere: la capacità di sorprendermi, di farmi volare con la fantasia, di staccarmi per qualche ora dalle cronache barbare e prive di slancio dei telegiornali.
Chiudo il discorso spendendo due parole su Omar Di Monopoli, quello tra gli scrittori presenti nell'antologia che più si avvicina nel suo quotidiano mestiere di scrivere al genere noir.
Il suo racconto è una conferma delle sue capacità narrative, della sua grandissima abilità nel maneggiare e plasmare la materia e la lingua di cui compone le sue storie. Un racconto, il suo, dove magia, antiche paure e superstizioni, favole e leggende si fondono per restituirci un mondo turpe, dove il male non è solo una cosa lontana e straordinaria ma permea di sé ogni momento e ogni molecola del nostro mondo e della nostra vita. La ciliegina sulla torta di un libro che assolutamente merita di essere letto. (dg)



