Questo libro ha una lunga storia, finora sconosciuta a molti. È la più famosa raccolta di racconti di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, nella versione originale concepita dallo scrittore americano. A suo modo un inedito, non solo un balocco per filologi (con una bella traduzione di Riccardo Duranti), se pensiamo al modo in cui a volte certe opere cambiano significativamente prima di arrivare al pubblico. Fu Gordon Lish, potente direttore editoriale della casa editrice Knopf a manipolare il manoscritto all’alba degli anni ‘80, tra tagli e correzioni di una certa consistenza che passavano anche per personaggi, titoli e finali cambiati. Possibile? Sì, dal momento che all’epoca dei fatti, il padre del minimalismo, uno dei maggiori autori di short stories del Novecento, era ancora poco famoso e si stava impegnando a ricostruire la sua vita professionale e privata dopo anni di bocconi amari (alcolismo, lavori precari, un matrimonio fallito). Se ne dolse, Carver. Dolorosamente. Provò ad opporsi, a rivendicare il diritto dell’ultima parola prima di andare in stampa, scrivendo a Lish una lettera accorata: “Ti dico la verità, qui è in gioco il mio equilibrio mentale. Ora non vorrei fare il melodrammatico, ma davvero ho appena fatto ritorno dai morti per rimettermi a scrivere dei racconti.” La data è quella dell’8 luglio 1980. L’editor tenne duro, lo scrittore (forse per paura, forse per eccesso di stima) si rassegnò ad accettare ogni singola scelta e il libro uscì nell’aprile 1981. A rivelare lo scandalo, nell’estate del 1998, ci pensò D.T. Max con un articolo apparso sulle pagine del New York Times Magazine. Sconcerto e imbarazzo generale, visti i nomi in campo: tutto vero, tutto da seppellire nel dimenticatoio, se possibile. Qualcosa che dura ancora oggi, un decennio dopo la sensazionale rivelazione, se è vero che l’unico Paese in cui questo volume non verrà pubblicato sono gli Stati Uniti. Mettendo a confronto i due testi è interessante notare come, in realtà, il ben noto rifiuto dell’etichetta di minimalista da parte di Carver non fosse del tutto campato per aria: a Lish si devono sicuramente certi tagli bruschi sul finale di un racconto, certe soluzioni sospese, per non parlare dei dialoghi ridotti all’osso, della rimozione di interi pezzi del passato di un dato personaggio. Più ricca, più ampia è la visione dell’insieme secondo Carver, come testimonia del resto la raccolta Cattedrale, apparsa per la prima volta nel 1983. Leggere Principianti significa dunque, anzitutto, andare incontro a una rilettura di Raymond Carver senza filtri, senza le maledette forbici di Lish, vero inventore del minimalismo.
Nino G. D’Attis



