Bisogna tenere i piedi per terra e considerare tutto quello che questo uomo ha potuto partorire in una vita dedicata interamente alla scrittura. Bisogna non considerare che parliamo di uno dei più grandi scrittori in prosa di lingua inglese, l’autore di pagine altissime di letteratura di fine 900. Bisogna recuperare quel minimo di oggettività che dopo la lettura di Everyman rischia di andare a farsi benedire. Il ventisettesimo romanzo di Roth è distante anni luce dalle pulsioni incontenibili di Portnoy, dallo sfrenato amore per la vita di Mickey Sabbath e da tutti quei personaggi memorabili che hanno abitato nelle sue storie. Nonostante questo Everyman è sin dalle prime battute in tutto e per tutto Roth. Solo che, per citare il bravo Giuseppe Genna, l’ultima fatica dell’autore di Pastorale Americana, è "il negativo del motivo per cui il suo racconto vitalista ha conquistato lettori carnali e desiderosi di una libido letteraria che facesse fremere la carne fuori dalla letteratura stessa".
Anche Everyman, il cui titolo è mutuato da un’anonima rappresentazione allegorica quattrocentesca, è una storia che parla di carne. Ma la carne questa volta è in decomposizione, e il dolore è dietro l’angolo. Il tutto senza che lo scrittore cada in insostenibili trappole consolatorie: "Sapeva con certezza che Dio era un’invenzione e che questa era l’unica vita che avrebbe mai conosciuto".
Everyman narra la storia di un pubblicitario (senza nome perché la sua è una storia che li racchiude tutti), delle sue tre ex-mogli, dei due figli maggiori che lo disprezzano, di una figlia che lo adora, di un fratello la cui salute fisica provoca nel protagonista profonda invidia. Il romanzo si apre con il suo funerale per poi andare a ritroso nella vita di un uomo normale, di talento come tutti i personaggi di Roth, eppure ordinario nelle sue meschinità e paure. Ma non è la morte il perno di Everyman. Piuttosto è la paura del dolore, quello fisico, e del decadimento di un corpo che una volta, si intuisce, aveva lo stesso vigore e la stessa forza sessuale di Portnoy, Mickey e gli altri. Pagine cariche di un tormento che possiamo arrivare ad immaginare solo in alcuni, brevi, passaggi: quando per esempio, ormai relegato nel residence per pensionati, l’everyman ‘abborda’ una giovane ragazza pensando di poter afferrare per l’ultima volta uno spiraglio di vita.
Roth non lesina in particolari medici, raccontando per filo e per segno di bypass, defibrillatori, coronarie, in un campionario di sofferenza persino maggiore di quella raccontata ne L’Animale Morente, dove il corpo violentato dalla malattia era quello di una ragazza bellissima, che sembrava quasi arrendersi ad un destino inaccettabile per chiunque. L’everyman invece conduce la sua inutile battaglia contro la natura mortale dell’uomo.
Nero come il dolore, nero come un negativo fotografico, nero come la rigorosa copertina che racchiude queste cento pagine, intrise di dolore e morte. Un Roth così nichilista non si era mai visto. Vuoi vedere che a ‘sto giro il Nobel lo becca davvero?
Ilario Galati



