MICHEL HOUELLEBECQ

MICHEL HOUELLEBECQ
Houellebecq ha vinto il Goncourt. Fino a ieri, l’antipatico scrittore francese non avrebbe avuto uno straccio di possibilità, ed è per questo che adesso i suoi nemici sostengono che il suo quinto romanzo sia un’opera dai toni smorzati, poca cosa rispetto alla produzione precedente. Niente di più falso: per il coraggio di mettere perfettamente a fuoco il dramma del vivere nel nostro tempo, il suo contributo a mantenere alto il livello che separa la letteratura dal pattume meriterebbe meglio quel Nobel assegnato in passato a Camus e Sartre.
La Carta e il territorio è un romanzo dalle mille risonanze affettive nascoste sotto una superficie logico-descrittiva, dedicata alla scomparsa della sensibilità. È il lavoro di un intellettuale che dice che l’arte non basta a raccontare l’esistenza. Non ce la fa, a ben vedere, a riportare la complessità degli esseri umani. Nella più rosea delle ipotesi, approda a un mercato dei manufatti che, dietro la sua veicolazione globale nasconde una verità disarmante: l’oggetto artistico è sempre più degno di nota della realtà attraverso di esso riprodotta. Più interessante della vita vera, come dire che è meglio immaginarsi un romanziere per mezzo di ciò che la stampa dice di lui piuttosto che incontrarlo in carne ed ossa, magari in pigiama e ciabatte e con una voglia di dialogare col prossimo pari a zero. Che il fascino di un oggetto artistico risieda essenzialmente in questo, lo scopre Jed Martin quando afferma che «la carte est plus intéressante que le territoire» a proposito di una sua riproduzione di una mappa Michelin dedicata a una zona dell’Alsazia. Jed il pittore di tele dedicate alle professioni umane (e alla dematerializzazione di alcune di esse). Jed che entra in contatto con lo scrittore Michel Houellebecq quando il suo gallerista se ne esce con l’idea di far scrivere all’autore di Estensione del dominio della lotta la prefazione del catalogo che documenterà la prossima mostra. Un catalogo, un altro manufatto, proprio come il romanzo di cui stiamo parlando. Ma le parole di Houellebecq (perfino quando raffigura se stesso nei panni del buffone), sono più forti, illuminano i desideri soffocati, la fine della tenerezza in uno scenario da terra desolata. Nel tessuto del libro c’è l’eco del pensiero di Baudrillard: “L’astrazione oggi non è più quella della mappa, del doppio, dello specchio o del concetto. La simulazione non è più quella di un territorio, di un essere referenziale o una sostanza. È piuttosto la generazione di modelli di un reale senza origine o realtà: un iperreale. Il territorio non precede più la mappa, né vi sopravvive.” Evviva! Il nuovo Houellebecq è ancora armato fino ai denti di una consapevolezza sconosciuta a chi è solito confondere la grande letteratura con la grande distribuzione di testi insulsi, falsamente consolatori.
Nino G. D’Attis

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