Foto di gruppo in una villa in Toscana: non è l'imbattibile Boccaccio e neppure il Bertolucci della senilità ottusa con Liv Tyler che balla da sola. La villa, anzi, il castello, è il palcoscenico in cui si muove una gioventù all'alba degli anni '70: inglesi di buona famiglia come Keith, alter ego dello scrittore smarrito tra le donne nel boom della rivoluzione sessuale, personaggio destinato a conservare fino all'età matura traccia profonda di un'umiliazione inflittagli proprio da quell'universo femminile meraviglioso e pericoloso, oggetto di fantasie bollenti come un'estate consumata tra alcol, tuffi in piscina e il canto delle cicale. Storia vera in salsa fiction, garantisce Richard Bradford, biografo di Amis. Romanzo di un talentuoso narcisista che riflette sui sogni e le speranze edonistiche di una generazione di maschi disorientata dall'arrivo del femminismo. Un po' di Saul Bellow (mentore dell'autore), un pizzico di Philip Roth, molto di Amis, fine polemista considerato in patria come una rockstar della letteratura (insieme al più corrosivo Will Self). Il titolo cita una celebre riflessione dell'intellettuale russo Aleksandr Ivanovič Herzen, per il quale ogni rivoluzione non lascia mai erede un sistema ma una vedova incinta che partorirà un figlio d'incerto destino. Amis approva e ci cuce intorno un'opera di ombre che circondano seni, glutei, gambe e bocche di un'affollata città delle donne, quindi tutta la sfrenata spensieratezza della giovinezza. Alla fine, questo è il guaio, c'è un uomo triste che balla da solo.
Nino G. D'Attis
Nino G. D'Attis



