MARCO ROVELLI

MARCO ROVELLI
L’ultimo agghiacciante reportage narrativo di Marco Rovelli svela il sottoproletariato contemporaneo, composto dai tanti individui clandestini che in Italia - e non solo in Italia – sono ridotti a oggetti di fastidio, e nello stesso tempo a fattori di ricchezza. Ad uso e consumo di pregiudizi insostenibili e infiniti maltrattamenti, la loro invisibilità è adoperata al fine di fabbricare dispositivi da “negazione del diritto”, e meccanismi utili alla logica del “razzismo culturale”. Nella cosiddetta “irregolarità”, di fatto si annidano ingranaggi stritolanti la dignità umana, che producono una classe di lavoratori impercettibili ma esistenti, la cui inosservabilità accresce e rafforza un’economia italico/globale fondata sugli abusati dall’attuale capitalismo.  Per dare voce ai nuovi dannati della produzione, Marco Rovelli anche stavolta va oltre ciò che ci è dato di vedere, e aguzza lo sguardo tra le maglie strette del sistema, allertando la capacità critica, scatenando l’opposizione della penna, e raccogliendo le tante storie che abitano la quotidianità di una “potenza totalitaria”- il lavoro scorretto-  drammatica e non riconosciuta, che non contempla garanzie ed attua solo prevaricazioni. E lo fa componendo un diario brutale, a tratti quasi importuno, che registra la condizione dei tanti corpi adoperati dalle strategie del mercato, poco evidenziata dall’informazione e più che trascurata – chissà perché- dalla politica. Oltre che all’inchiesta, però, Marco Rovelli apre le pagine soprattutto alla riflessione sensibile, esplorando il senso puro del sommerso, il significato autentico della clandestinità, e il loro essere laboratori più che attivi di paranoie fobiche utili a diffondere insicurezza collettiva. Costringendo il lettore a volgere un occhio critico anche ai nuovi modi del lavoro regolare, flessibile ed atipico, e a porsi domande inquietanti sulle ripercussioni delle forme attuali dell’occupazione sul piano della comunità, sempre più determinata, nonostante le coperture liberali, da processi repressivi e  metodi autoritari.
Stefania Ricchiuto

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