MARCO ROVELLI

Delle morti sul lavoro ci giungono giorno per giorno bollettini dolenti, anche grazie all’accortezza quasi irrequieta degli operatori di certa informazione, impelagati a restituire elenchi disarmanti e rendiconti più che lucidi sull’ennesimo incidente compiutosi in tragedia, senza mai sporgersi, però, oltre l’aspetto dei fatti. La rappresentazione dell’esteriorità di queste vicende drammatiche – esercizio tipico del giornalismo più sguaiato – conosce a volte l’approfondimento, ma mai lo scavo, che è un modo altro, e assai distante dal primo, per leggere tra le righe di un accadimento dalla frequenza ormai divorante. Le “morti bianche” – espressione scollegata da una realtà di sangue a profusione e ustioni avvinghiate ai corpi – sono condannate a restare un fenomeno avvertibile solo entro i limiti della commiserazione rassegnata, a meno che non si cominci a divulgare seriamente l’ultima inchiesta narrativa di Marco Rovelli [già autore di Lager italiani sui centri di permanenza temporanea]. Lavorare uccide - questo il titolo snervato e insieme nervoso – è in libreria da diversi mesi ed è testo di evidente attualità, ma nonostante ciò si contano sulle dita di una mano i media che hanno voluto porre l’attenzione su quest’analisi aguzzina, che dissotterra molto ed estrae ancora di più. Va scritto: non è opera che in/formi sui fatti. Di contro, espande la percezione dei casi, suggerendo una meditazione capace di addentrarsi nelle ragioni più inaccettabili, eppure tangibili, di sciagure che presto la maggioranza della gente collocherà nell’ordinario. Il problema reale non sta negli incidenti, ma in ciò che li sussume: gli ingranaggi stritolanti del lavoro contemporaneo. Contro questi, Marco Rovelli proietta non solo gli avvenimenti inaccettabili che hanno toccato la pelle di una moltitudine di annientati, ma soprattutto l’urgenza di riflessione sul senso dell’energia umana in questo tempo: ridotta a mero atto produttivo di denaro, come stupirsi se la vitalità repressa, reclusa nelle gabbie del lavoro, si traduce con questa assiduità anche in mera morte?
Stefania Ricchiuto

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