Keith sputa il rospo. Su se stesso, sugli Stones, su un’avventura che comincia tra le strade di un’Inghilterra sotto i bombardamenti e, in un lungo racconto in cui la lingua sembra un mirabolante mix tra Hunter S. Thompson, Mark Twain e Dickens, svela l’uomo dietro la rockstar. Con l’aiuto dell’amico giornalista James Fox, il più famoso fuorilegge con la chitarra dei nostri tempi rievoca il nonno Gus appassionato di strumenti musicali, i primi dischi di rock’n’roll acquistati (Little Richard ed Elvis), l’esperienza negli scout, le botte prese dai bulli della scuola. Poi arrivano l’incontro cruciale con Mick (“il più grande cantante di R&B su questa sponda dell’Atlantico”), l’audizione con Ian Stewart (vero fondatore della band), gli anni della Swingin’ London e i mille aneddoti comici, sulfurei, drammatici intorno al circo delle Pietre Rotolanti. Pagine di splendori e miserie. Vividi ricordi in presa diretta da un carrozzone pieno di luci ma anche di scheletri nell’armadio (la morte di Brian Jones, la tragedia di Altamont, l’inferno dell’eroina), una gigantesca macchina che produce soldi e ha progressivamente trasformato il rapporto fraterno tra Jagger e Richards in una guerra fredda che di tanto in tanto conosce periodi di tregua quando è tempo di incidere un nuovo disco e pianificare il prossimo tour mondiale. Mick si lascia fregare dall’ego più o meno all’inizio degli anni Ottanta, Keith è ancora lì che spera di ritrovare l’amico di un tempo. Il libro sembra anche una lettera appassionata in cui il chitarrista si rivolge a Sua Maestà il cantante chiedendogli ciò che un rispettabilissimo conto in banca non potrebbe mai comprare.
Nino G. D’Attis



