FILIPPO BOLOGNA

FILIPPO BOLOGNA
Follia dissennata e amarezza, amore e lotta di classe, dolore, tradimento, sconfitta. C’è un elemento diverso per ogni capitolo di questa storia. Come se fossero tanti piccoli racconti legati dallo scorrere delle acque termali, che negli anni modellano i tratti di un paese del centro Italia. In Come ho perso la guerra Filippo Bologna racconta in prima persona (ma la storia è solo in apparenza autobiografica) dell’opposizione di un gruppo di giovani a un modello di sviluppo locale che, sventolando le opportunità di ricchezza e benessere collettivo, finisce per violentare il patrimonio socio-cultuale e artistico di una comunità. Lo sfruttamento delle acque termali del paese viene dato in gestione dal Comune a un potente imprenditore che costruisce un grande resort riattivando l’economia locale grazie all’aumento delle possibilità di lavoro e all’arrivo di nuovi turisti. All’inizio il paese si mobilita contro questo modello di sviluppo, che in parte cambia i connotati della città, ma col tempo l’opposizione si affievolisce grazie a un sapiente gioco imprenditoriale fatto che alterna concessioni agli indecisi e maniere forti per gli intransigenti. Alla fine rimangono pochi giovani a tentare un disperato e velleitario sabotaggio del progetto. Nel libro la storia attuale si alterna con un continuo rimando alle vicende degli antenati del protagonista, una famiglia di proprietari terrieri che, nel periodo fascista, erano tra i pochi privilegiati a sfruttare le acque termali. È un gioco di avvicinamento e presa di distanze a metà tra il personale e il politico, in cui trova spazio la triste storia del nonno del protagonista e del suo gemello. E alla fine della storia, dietro le vicende romanzate dall’autore (ma che ugualmente hanno suscitato l’irritazione del sindaco, quello vero, di San Casciano dei Bagni) è facile leggere centinaia di storie simili, quasi quanti sono i comuni italiani. (F.T.)

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