È la torrida estate del 1975. A Torrematta, località marittima del Salento, si fronteggiano, come ogni anno, in una lotta irrazionale per l’ottenimento della supremazia sul territorio, i figli dei benestanti e i figli dei contadini e dei pescatori, i cosiddetti cafoni. Questo è il nucleo tematico attorno a cui ruota La guerra dei cafoni (minimum fax, 2008), nuovo romanzo di Carlo D’Amicis, lo scrittore tarantino, che da anni vive a Roma, dove è redattore di Fahreneit, una delle trasmissioni radiofoniche culto per gli amanti dei libri. Scontro tra mondi antitetici, quindi, quello che viene raccontato dall’io narrante Francisco Marinho, quattordicenne capo dei signori, ma la divisione di classe che sembra essere immutabile crolla dinanzi all’amore. Quando Marinho, nonostante l’assoluta convinzione delle sue idee, incontra e s’innamora di una cafona, sorella di uno dei suoi più acerrimi nemici, le sue convinzioni inizieranno a vacillare. Attraverso la rappresentazione di una realtà cruenta popolata da adolescenti, D’Amicis fotografa un’Italia che cambia, l’Italia del primo contagio sociale: quello che aveva denunciato Pasolini col termine “omologazione”. Non più diversi per “casta”, ma accomunati dai consumi, non più separati dall’essere ma immersi nel medesimo avere. Scritto utilizzando un duplice registro, quello sostenuto dell’io narrante che rivive a trent’anni di distanza l’estate del suo cambiamento, e quello basso dei dialoghi tra le due bande di adolescenti, La guerra dei cafoni conferma le grandi doti narrative di D’Amicis.
Rossano Astremo



