L’attenzione di Ascanio Celestini alle narrazioni con tema il lavoro è nota: da Fabbrica, racconto teatrale in forma di lettera sul luogo operaio per eccellenza, a Parole Sante, documentario sull’isolamento collettivo e invisibile nei call-center, è stato un susseguirsi di ascolto costante ai processi disumanizzanti della produttività. Ora, a tutto questo si aggiunge un romanzo, che pervade ogni riga dell’affabulazione tipica di un teatrante-scrittore che confida sempre nell’atto pubblico (politico) della sua passione. Quattro storie distinte eppure intersecate, che si consumano in un condominio al margine, hanno per protagonisti Marinella, Salvatore, Nicola, Patrizia: nomi collettivi di mille e più vite improvvisate, che allenano ogni giorno una resistenza affannata contro la deriva del precariato, riuscendo solo ad ingarbugliarsi irreversibilmente all’interno di un meccanismo infido e fagocitante. Il precariato, infatti, occupa il tempo, in ogni frammento, e non ne affranca nemmeno il più infinitesimale ritaglio. Per prendere coscienza di una condizione insostenibile, invece, si ha necessità di uno spazio di rielaborazione ampio, in cui esercitare l’auto-osservazione e maturare consapevolezza di quel che si è, e di quel che si sta divenendo. Con Lotta di classe, Celestini ci restituisce ancora una volta il sentimento della “quotidiana popolarità”, invitandoci, tra le scene del suo intreccio, a riflettere sulla percezione della precarietà e sulla possibilità di smettere di farne parte per tornare ad essere “umani”. Il cambiamento, però, passa sempre attraverso un conflitto, e negli ultimi tempi questo sta divenendo pretesto di un dissenso sempre più “interno”, che disperso nella frammentazione non può muovere ribellione verso l’unico nemico reale.




